Evasione e privacy: pugno duro dell’Europa con le multinazionali

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European flags in front of the Berlaymont building, headquarters of the European commission in Brussels.

L’organo esecutivo dell’Unione Europea si è schierato apertamente contro l’evasione fiscale delle grandi multinazionali grazie all’adozione di un piano promosso dall’Ocse e ispirato al modello U.S.A Beps (Base Erosion and Profit Shifting), l’obiettivo è quello di riuscire a ricavare dagli 89 ai 213 miliardi di imposte non riscosse da aziende illustri come Google, Amazon o Apple.

Il tutto nasce dalla pessima abitudine dei colossi mondiali di delocalizzare la propria sede amministrativa e i propri profitti in Nazioni con una tassazione nettamente inferiore, avendo così la possibilità di pagare meno imposte del dovuto in quanto queste non rispecchiano in nessun modo l’attività economica reale.
Il nuovo piano d’azione per una giusta ed efficiente tassazione delle imprese  è stato lanciato nel mese di giugno ed ha un approccio molto più moderno ed efficace rispetto ai programmi precedenti; la Commissione europea punta ad una maggiore trasparenza fiscale e ad un corretto funzionamento della tassazione nel mondo dell’impresa; il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha spiegato come “ l’Ocse abbia donato un aiuto incredibile ai paesi nel Mondo, trovando soluzioni comuni a sfide fiscali comuni. Il Beps è stato fondamentale per identificare delle misure per una maggiore efficienza e trasparenza fiscale”. Inoltre, ha aggiunto che l’UE si deve pienamente impegnare per garantire che gli obiettivi del piano vengano applicati concretamente e coerentemente.

Numerosi provvedimenti sono stati presi anche a tutela della privacy dei cittadini comunitari; queste decisioni sono rivolte perlopiù a rivedere gli accordi con gli Stati Uniti relativi al flusso di informazioni private, la Magistratura europea ha infatti definito illegale l’intesa Safe Harbour che nel 2000 era stato definito dalla Commissione europea come “sicura”: “L’esistenza di una decisione della Commissione secondo la quale un paese terzo assicura un livello di protezione adeguato sui dati personali trasferiti all’estero (…) non può ridurre i poteri di cui godono le autorità nazionali di controllo”, ha sentenziato la Corte europea di Giustizia in un comunicato invalidando così la decisione di 15 anni fa dell’esecutivo comunitario.
Questa presa di posizione colpisce in particolar modo facebook, il social network per eccellenza, che ha affidato la risposta ad un portavoce che in un comunicato stampa afferma:

“È imperativo che i governi dell’Unione europea e quello statunitense assicurino di continuare a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale di dati e di risolvere qualsiasi questione relativa alla sicurezza nazionale”.

All’origine del ricorso che ha portato all’invalidamento del Safe Harbour è stato un giurista austriaco Max Schrems che, davanti al tribunale irlandese, due anni prima del Datagate, aveva denunciato le intercettazioni illegali da parte dei servizi segreti americani e si era opposto al trasferimento dei suoi dati facebook al governo USA ritenuto privo di sufficienti garanzie:

“Questa decisione è un colpo alla sorveglianza di massa operata dagli Stati Uniti che si poggia principalmente su partner privati”.

Fonti: ilsole24ore.com; eunews.it

Fabio Palmiero

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