Crisi: perché nessuno parla di Madrid, Lisbona e Parigi?

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In un’Europa basata su austerità e “bacchettate” ai Paesi disobbedienti si rischia di pensare che esistano le pecore nere e che solo Italia e Grecia siano all’apice di una crisi. Forse è vero, ma solo in parte.

L’attenzione mediatica chiaramente punta i suoi riflettori sui casi critici del momento, talvolta trascurando avvenimenti esteri che sembrano di piccola portata, ma che si rivelano letali per i loro effetti. E dunque ci si ritrova, un giorno dopo l’altro, titoloni in prima pagina su Grecia in continuo rischio default, Italia che cerca di patteggiare con i vertici Europei e raramente ci si affaccia anche in casa d’altri, prendendo il pallottoliere e facendo due conti.

Allora proviamo a tirare le somme delle nazioni che hanno la fama di “buoni allievi nella classe dell’UE”.

Spagna: crescere sì, ma a che costo?
Se Roma piange, Madrid non ride. La Spagna nel 2008 è passata da un’economia in continua crescita ad un PIL in contrazione per la prima volta in 15 anni a causa della caduta del mercato edilizio che rappresentava da solo il 18% delle entrate spagnole. Ad oggi la crisi si traduce in un debito pubblico di oltre 1.000 miliardi di euro, pari al 98% del prodotto interno lordo, attestandosi sesto nella classifica dei Paesi dell’Eurozona più indebitati.
La penisola iberica, inoltre, ha raggiunto un nuovo massimo storico per il tasso di disoccupazione al 27,2% contando più di sei milioni di disoccupati – 6,2 milioni secondo i dati ufficiali. L’Europa ha chiesto al paese la riforma del lavoro come punto focale da cui partire per la ripresa. Alle richieste dell’Europa, il Governo ha risposto guadagnando un 2% con nuovi posti di lavoro,  ma per lo più composti da precari part-time e alla media retributiva di 500 euro mensili.
Potrebbe sembrare che la via d’uscita per la recessione sia stata presa, invece la Spagna di Rajoy sarà in testa a qualunque classifica europea per disuguaglianze tra ricchi e poveri e diverrà lo stato europeo con la maggiore discrepanza tra sociale,  una vasta manodopera più o meno specializzate ed un ceto ultra-benestante composto da pochi.
Stando a questi dati, un’eventuale ripresa Iberica avrebbe effetti sociali distruttivi, che nel medio termine farebbero ritornare la Spagna, se tutto andasse bene, al punto di partenza.

Francia: esempio da seguire oppure no?

“Cugini Francesi? Macchè, fratelli di crisi”, verrebbe da dire. La rivoluzione politica targata Marine Le Pen c’è stata, ma a quanto pare in negativo. Nonostante la voce autorevole che ha nelle stanze europee, lo Stato Transalpino è tra quelli che presenta anche più record negativi nell’Eurozona (clicca qui per saperne di più).
La pressione fiscale francese è seconda solo alla Danimarca. Sul costo del lavoro è record: ogni 100 euro ricevuti dal dipendente, il datore in Francia ne deve sborsare 235, con l’Italia che si ferma a quota 200, battendo la Germania a 210 e considerando la media Ue di 187. Come per la Spagna, il tasso di disoccupazione cala e i posti di lavoro, specialmente nel settore pubblico aumentano (negli ultimi 6 anni più di 100.000 posizioni occupate): la mossa è politica, ma costa tanto. Infatti gli stipendi dei travailleurs permanents costano e nel 2014 si contava un 57,2% nel rapporto Debito/Pil, contro il 51,1% dell’Italia e il 49,3% della Grecia.
Mentre l’Italia – con il suo debito pubblico difficile da gestire – ha un saldo primario positivo (si tratta della differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) da vent’anni, la Francia procede con nonchalance in una situazione deficitaria.

Il nostro Paese, infatti, nel 2013 segnava un rapporto “bilancio pubblico-Pil” in attivo del 2%, mentre la Francia era in deficit dell’1,9%.
Messa così, austerity e spending review sembrano essere questioni solo dei paesi Mediterranei.

Lisbona e i suoi 78 miliardi da restituire all’Europa

E il Portogallo? È fuori dalla crisi? Ni. Passos Coelho, pupillo della Troika, cerca di non deludere. I Lusitani hanno attraversato una profonda crisi, forse perfino più profonda della Grecia, ma bassa è stata la risonanza mediatica, vuoi per  sua la posizione geografica di (semi)periferia, vuoi per la dimensione relativamente piccola del Paese. Dopo il bailout del 2011 da 78 miliardi di euro, i Portoghesi si sono ritrovati in testa alle classifiche degli Stati più in crescita nella zona euro. Per rimettere sotto controllo i conti pubblici si sono ascoltate le direttive europee: riforma del mercato del lavoro e le liberalizzazioni in molti settori sono state determinanti. Assieme al rigore di bilancio: dal 2010 il deficit è sceso da oltre l’11% al 3%. Usciti da poco dal programma di aiuti previsto (a metà 2014), il Portogallo vorrebbe saldare i suoi debiti senza chiedere altri supporti finanziari, ma 78 miliardi non sembrano immediatamente restituibili e rappresentano una spada di Damocle sul collo portoghese così come lo sono stati per la Grecia. Si lavora per una saida limpa, un’uscita pulita, così come fatto dall’Irlanda, potendo fare a meno di un ulteriore credito precauzionale dalla BCE.

..E l’Italia?

Strano destino il nostro. Sempre sotto l’occhio dei riflettori, costantemente bistrattati dall’UE, ma pochi parlano di Spagna, Francia e Portogallo, che vivono situazioni al limite davanti ad una sliding door. Il nome di queste ultime viene inserito di sfuggita nelle cronache, eppure quando bisogna mettere in fila i nomi dei Paesi in crisi nessuno penserebbe a loro. E allora – perché no? – cominciamo a parlare anche di Spagna, Francia e Portogallo.

Vincenzo Palma

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