La morte del contratto nazionale (e del sindacalismo)

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La morte del contratto nazionale (e del sindacalismo)
La morte del contratto nazionale (e del sindacalismo)

Le dimissioni di Marino, le riforme costituzionali, la ripresa (dello 0,9%, forse l’1% secondo le ottimistiche stime del Governo): queste le tematiche che nel corso della scorsa settimana sono state al centro del dibattito televisivo nazionale.

Sembra invece che la coscienza nazionale non possa essere sconvolta, e che dunque la notizia non sia meritevole della pubblica informazione, dalla malattia che lentamente sta conducendo a morte il contratto collettivo nazionale di lavoro, che per anni ha retto la sorte di milioni di lavoratori. Un contratto che individua le condizioni lavorative nei singoli settori occupazionali, e che viene siglato dai sindacati maggiormente rappresentativi e dalle associazioni industriali di categoria (Confindustria, Confcommercio, ecc.). Un sistema spesso contestato per la sua inflessibilità, per la sua incapacità di adeguarsi alle singole esigenze locali con un finzionistico livellamento delle necessità e dei bisogni.

Accuse, sia consentito di dire, infondate: sia la giurisprudenza sia gli stessi sindacati hanno sempre accettato deroghe in situazioni di crisi economica grave (in alcuni casi si è persino parlato di sostanziale abolizione del contratto collettivo nazionale nel Sud d’Italia). Il che non è stato sufficiente a saziare i bisogni insaziabili di Squinzi, che ha rotto il tavolo delle trattative per il rinnovo con motivazioni blande dettate da ingordigia: “i sindacati non capiscono la politica monetaria”; “i sindacati hanno un concetto di ripresa deviato”; “le vecchie tutele non possono più funzionare”.

È giunta l’ora di abbassare i salari, di ridurre le ferie, di smettere di pagare il lavoro notturno, di smetterla di rompere con i vincoli: un energico Squinzi ha gettato il tavolo all’aria chiedendo l’intervento del Governo ed abbandonando le trattative. Perché chieda l’intervento di Renzi appare evidente anche a chi non voglia impegnare le proprie connessioni neurologiche in vaghe accuse di collusione: Confindustria è convinta di potere ottenere di più, è convinta che la maggioranza parlamentare la sostenga, è convinta di sedere al tavolo con un poker d’assi: o si accettano le sue condizioni o va a riscuotere il piatto senza giocare.

E che vi sia una certa convergenza non è un mistero: il Governo da tempo progetta di riformare il sistema della contrattazione nazionale attuando l’articolo 39 della Costituzione. Ad esser sinceri, di come si intenda attuare l’articolo 39 della Costituzione ancora non si è capito molto (vaghe promesse e nessun disegno di legge), e il ministro del lavoro Poletti sull’argomento continua a mantenersi cauto (“Il governo interverrà solo se le parti sociali non troveranno un accordo”). Ma le parti sociali non lo troveranno: se da un lato Squinzi ha già abbandonato il tavolo delle trattative, dall’altro si registra l’ennesima spaccatura nella sinistra sindacale (CGIL e UIL contro CISL). Furlan accusa le altre sigle di aver alzato troppo il tiro e sembra pronta ad accettare le richieste degli industriali per salvaguardare almeno il ruolo delle sigle confederali; CGIL e UIL si dichiarano pronte a riprenderle solo se Squinzi presenterà proposte serie e sarà animato dalla volontà di raggiungere un accordo (sottintendendo che sino ad ora non vi sia stata).

E anche dentro la CGIL si scatena il caos: Camusso aveva messo a tacere le opposizioni interne, che adesso riemergono con un Landini furioso che, parlando del caso Air France, minaccia non il solito sciopero generale (che solitamente si risolve in tanti disagi ma nessun risultato) ma l’occupazione delle fabbriche. Il sindacato è stato passivo e l’unica moneta che ha è bloccare l’economia, senza timore di essere accusata di attività antinazionale (l’espressione appare legata al regime fascista, ma è stata purtroppo ripresa nella retorica del Partito Democratico). Ma è difficile che la sola FIOM riesca in un simile obiettivo senza coordinarsi con altre forze politiche e altre sigle sindacali, e Landini sino ad ora ha sempre rifiutato i rapporti con i politici di professione. Rischia di essere una battaglia già persa in partenza.

Intervenire su simili tematiche può essere pericoloso. Dopo l’entrata in vigore della Costituzione, per anni il sistema delle tutele dei lavoratori si è basato su semplici meccanismi di risarcimento del danno e sul mantenimento della repressione poliziesca degli scioperi: le forze politiche maggioritarie si mostravano restie ad abbandonare la metodologia fascista, e quelle minoritarie (PCI e PSI in particolare) non sembravano in grado di imporsi nella logica parlamentare. Le conseguenze furono drammatiche: dal 1968 e fino al 1970 (ma per alcuni storici questa fase si concluse unicamente nel 1972) migliaia di lavoratori del Nord Italia occuparono fabbriche, avviarono scioperi generali, bloccarono il trasporto di merci (nel Sud simili fenomeni si avviarono soltanto nei centri industriali sviluppati quali Catania e la provincia di Napoli).

Non furono sufficenti i manganelli e le pistole a risolvere la situazione: fu necessaria una rivoluzione, ossia l’emanazione della l. 300/1970, meglio nota come “Statuto dei lavoratori“, che consentì “l’ingresso della Costituzione nelle fabbriche”. Da allora il sistema si è retto su una politica di non-interventismo governativo: salari, tutele ed orari andavano rimessi alla contrattazione tra industriali e sindacati confederali, mentre il parlamento si limitava a individuare dei limiti minimi. Neanche il boom inflazionistico fu in grado di eliminare questa convinzione: dopo una fase conflittuale avviata dal governo Craxi, il governo Ciampi invitava le parti a trovare un accordo di autoregolamentazione per garantire l’abbassamento dell’inflazione, così da consentire l’ingresso dell’Italia nell’Euro (per il quale era richiesto un tasso di inflazione non superiore al 2% contro il 4% del nostro Stato) ed avviando la prassi della concertazione (ossia una negoziazione trilaterale in cui sindacati, industriali e istituzioni assumono determinati impegni).

Il tentativo berlusconiano di distruggere tale sistema fu rovinoso: gli stessi alleati di governo impedirono l’attuazione del progetto e l’allora segretario CGIL Cofferati riuscì a portare in piazza un milione di persone.

Il canto del cigno del sindacalismo italiano, che ha perso la sfida di modernizzare il paese con proposte autonome non annacquate da compromessi politici.

Vincenzo Laudani

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