Hannah Arendt e Heidegger: un amore senza confini

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Hannah Arendt

Si incontrano nel 1924 all’università. Lui ha 35 anni e occupa la cattedra di filosofia a Marburgo, lei ha 18 anni ed è ebrea. Le lezioni di Heidegger sono uno spettacolo, le aule sono gremite di studenti che adorano quell’uomo dal carisma folgorante; tra di loro c’è una ragazza timida ma intelligentissima, che a 14 anni aveva già letto Kant, e che rimane colpita da quel professore. È Hannah Arendt che di lui negli anni seguenti scriverà:

«Seguivo le sue lezioni perché con Heidegger il pensiero era tornato alla vita. Ero sotto l’incantesimo di quel “monarca della filosofia”. In lui soffiava una tempesta impetuosa, simile a quella di Platone, che non proviene da quest’epoca.»

I primi due mesi di corso sono costituiti per lo più da sguardi, poi qualcosa si smuove: il professore, turbato, la invita ad un colloquio e si lascia confondere dal  fascino malinconico di lei e dalla sua eccellenza. Proprio in quegli anni, lui stava  lavorando al suo capolavoro “Essere e Tempo” che sarebbe stato pubblicato poco dopo, nel 1927.

A questo primo incontro segue una lettera del 10 febbraio 1925, importantissima perché si intravedono i primi segni di cedimento:

«Cara signorina Arendt! Questa sera devo tornare a farmi vivo con lei e a parlare al suo cuore. Tutto tra di noi deve essere schietto, limpido e puro. Soltanto così saremo degni di aver avuto la possibilità di incontrarci. Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto. Io non potrò mai averla per me, ma lei apparterrà d’ora in poi alla mia vita, ed essa ne trarrà nuova linfa.»

Comincia una relazione fatta di incontri segreti fissati attraverso messaggi cifrati, sotterfugi, e compromessi in cui Heidegger non si lascia mai sopraffare dai suoi sentimenti. Sarà sempre lui, infatti, a tenere le regole del gioco, lui che la prenderà “come e quando vuole” – come si può leggere in alcune lettere della Arendt – , lui che non lascerà mai la moglie, Elfride, l’algida nazista. S’incontrano in locande lontane dalla città, a orari precisi e secondo regole che lei non osa contraddire. Ma lui comincia a spaventarsi dall’impetuosità di quel sentimento, e prima la spinge a trasferirsi a Heidelberg, sotto l’ala protettiva del suo amico Karl Jasper, e poi la lascia dopo il 1928, devastandola:

«Ti ho dimenticata – non per indifferenza, non a causa di circostanze esteriori che si siano intromesse, ma perché sono stato costretto a dimenticarti e ti dimenticherò ogni qual volta mi ritroverò a dover lavorare con assoluta concentrazione. Non è una questione di ore o di giorni, ma è un processo che si prepara nel corso di settimane e mesi, e poi va spegnendosi. E questo distacco da tutte le cose umane e l’interruzione di tutti i rapporti è, per quanto concerne il lavoro creativo, l’esperienza più grandiosa che io conosca tra tutte quelle umanamente possibili – e la più infame che possa capitare in rapporto alle situazioni reali della vita. È come se ti strappassero il cuore dal petto mentre sei perfettamente cosciente.»

Lei dal canto suo risponde:

«Ciò che voglio dirti adesso non è altro, in fondo, che un’esposizione pura e semplice della situazione. Ti amo come il primo giorno – tu lo sai e io l’ho sempre saputo, anche prima di questo nostro incontro. Il cammino che mi avevi indicato è più lungo e difficile di quanto pensassi. Richiede tutta una lunga vita. La solitudine di questo cammino è volontaria ed è l’unica possibilità di vita che mi è concessa. E se Dio vorrà, ti amerò anche di più dopo la morte.»

Lei si sposa con Gunther Stern, un altro allievo di Heidegger, che non amerà mai tant’è che il giorno stesso del matrimonio scrive al filosofo: Vengo a te con l’antica sicurezza e l’antica preghiera: non mi dimenticare e non dimenticare quanto grande e quanto profondo è il nostro amore, la benedizione della mia vita.”

Nel 1933 Hannah deve scappare per via delle leggi razziali mentre Heidegger è diventato un discepolo del nazionalsocialismo e alla notizia lei gli scrive per avere delle spiegazioni su questo antisemitismo. “Sono solo calunnie” le risponde “se fosse così ti avrei mai amata?”

Ma da qui qualcosa cambia per sempre. Hannah tronca i rapporti e si risposa con  Heinrich Blucher, con cui resterà fino alla morte. Sopravvivono insieme agli anni più bui, all’Olocausto, alla guerra, ma nel 1950, quando era tornata la tranquillità, in lei qualcosa torna a farsi sentire: vuole vedere Heidegger. È il 7 febbraio – un quarto di secolo dopo il primo incontro – e si vedono in un albergo: lui la persuade, lei ci casca. “Quella sera è stata la conferma di tutta una vita” annoterà Hannah. Cieca, la povera Hannah, cade nella trappola di Heidegger che si servirà di lei, per riscattare il suo nome dai legami con il regime. Chi, infatti, meglio della famosa filosofa ebrea avrebbe potuto discolparlo?

Intanto lei è investita dalla gloria per “Le origini del totalitarismo” e quasi nasconde i suoi successi.

«So che per lui è insopportabile che il mio nome appaia pubblicamente. Di fronte a lui io ho, in un certo senso, mentito per tutta la vita, ho sempre fatto come se tutto questo non esistesse  e come se, per dir così, non fossi capace di contare fino a tre, tranne che nell’interpretazione delle sue cose.»

Non si vedranno per quindici anni, sempre per  scelta di lui. Nel 75’ lei morirà. Heidegger le sopravviverà cinque mesi. In una lettera mai spedita c’è una dedica:

« De Vita activa
Come faccio a dedicarlo a te,
l’intimo amico,
cui sono e non sono
rimasta fedele,
sempre per amore »

Maria Pisani

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