Pensioni: qualcuno ha sentito parlare di flessibilità?

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Ultime news, ultime dichiarazioni, ultimi scenari, ultime proposte, chi vuole informarsi sulla riforma delle pensioni deve stare bene attento a quanto sta filtrando proprio in questi minuti, consiglio di aggiornare le home page di tutti i principali siti di informazione del paese almeno 3 volte al minuto da qui alle 24.00, freneticamente e con tendinite annessa, dovete essere pronti a tutto per le vostre pensioni. Per i più vogliosi di news c’è anche l’app “Scopri quando andrai in pensione”, una sorta di Akinator, forse un po’ meno divertente.
Ovviamente l’app non esiste, ma il tam tam mediatico sulle ultime e “inaspettate” novità riguardo la decantata riforma delle pensioni sta avvenendo realmente già da alcune settimane.

Sembra che la riforma si stia materializzando proprio nell’ultimo giorno a disposizione prima dell’avvio delle discussioni sulla Legge di Stabilità, o meglio, la riforma virtuale delle pensioni, le promesse sulle pensioni. Facciamo chiarezza: la riforma delle pensioni non ci sarà, non è passata nemmeno lontanamente nella testa di Matteo Renzi la possibilità che questa potesse realmente essere inserita nella finanziaria.

L’ha fatto credere però, non ai sindacati che certe cose le sanno, ma ai cittadini. Come ha confermato il presidente di Confindustria Squinzi, uno che Renzi lo conosce bene, «sembra ormai però certo che di flessibilità nella Legge di Stabilità non ci sarà traccia».

Qualcuno ha visto la flessibilità?

Ciò che Renzi vuole far capire al popolo italiano è che questo rinvio non è affatto un… rinvio, di una questione già abbastanza volte rinviata, che continua a peggiorare di anno in anno, e che necessiterebbe di interventi che vengono spesso rinviati, No. La riforma è materiale talmente delicato per il popolo e i conti italiani che una sua valutazione affrettata, potrebbe portare a conseguenze catastrofiche, non si discute di previdenza in così poco tempo!
Mettiamo da parte l’ironia e passiamo a fornire un dato: l’articolo 24 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201 detto “Salva Italia”, o anche “Famigerata Riforma Fornero”, è vigente appunto dal 6 dicembre 2011, vale a dire da quasi quattro anni. Perchè diciamo questo? Perché di riforma delle pensioni si parla esattamente da questo momento.
È un’abilità propria di questo governo l’oscurare gli argomenti riguardo ai quali non si è ancora decisa una strategia politica, o riguardo ai quali non si ha alcuna intenzione di intervenire, e riproporli solo quando le scadenze prefissate sono ormai prossime. La riforma delle pensioni in questo segue in tutto l’iter di quella sulle unioni civili, vale a dire grandi proclami seguiti da un nulla di fatto, e a mancare ancora una volta è la volontà, non il tempo.
Renzi ha dichiarato di aver parlato con Tito Boeri, il presidente dell’INPS, e di aver compreso la necessità di un calcolo preciso riguardo il numero delle persone che stanno per andare in pensione, una necessità che fino a questo momento, a quanto pare, non era stata percepita.

La strategia in realtà c’è

Una strategia però in realtà è chiara da molto agli addetti ai lavori. È questa stata espressa a mezza bocca in realtà, mai chiaramente, ma comunque espressa.
La soluzione alla richiesta di flessibilità in uscita c’è ed ha un nome ben preciso: si chiama “prestito pensionistico”.
Se la flessibilità in uscita non è possibile perchè costa troppo, è necessario trovare forme alternative – leggi anche a costo zero – e il prestito pensionistico risponde perfettamente a quest’ultimo requisito.
Qualora il lavoratore volesse andare in pensione prima degli attuali 66 anni, potrebbe farlo ma con i soldi dell’impresa per cui lavora, che glieli presterebbe solo temporaneamente, prima di riprenderseli poi con piccole rate, decurtamenti della pensione versata dall’INPS in età pensionabile. Scopriremo poi con quali tassi d’interesse, dato che un prestito, come è ben noto a tutti, ha sempre dei tassi d’interesse.
Ma il punto è un altro: questa soluzione non avrà nulla a che vedere con l’idea di flessibilità che l’opinione pubblica si era fatta, e l’idea di flessibilità che ci si era fatti era stata formata non da facoltosi oppositori, ma bensì dalla maggioranza stessa, dal piddino Cesare Damiano ad esempio.
Questo insieme al sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta aveva redatto una proposta: pensione dai 62 anni, o dopo 35 di contributi, con decurtamento del 2% per ogni anno in meno rispetto allo standard dei 66 anni. Per quanto la “penale” da pagare per andare in pensione sarebbe stata comunque elevata (in un mondo utopico la penale per andare in pensione a 62 anni non esiste, sia ben chiaro), almeno in questo caso i soldi sarebbero stati reali, elargiti dallo Stato, e non prestati. L’idea c’era.

Valerio Santori

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