Dal Pentagono taglio dei fondi destinati ai ribelli moderati siriani: grave errore di valutazione o lucido cambio di strategia?

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Da qualche giorno l’opposizione siriana, da tempo impegnata nella lotta all’avanzata jihadista, ha un alleato in meno. Disgraziatamente, si tratta del più importante, gli Stati Uniti, che hanno ufficialmente annunciato l’interruzione del programma di addestramento dei cosiddetti “ribelli moderati”.

L’annuncio, salutato come un’ammissione di sconfitta dall’opinione pubblica americana, conservatori in testa, può in effetti essere letto come la presa di coscienza del fallimento di quella strategia di contrasto alle milizie dello Stato Islamico che doveva consistere nell’equipaggiamento e nell’addestramento delle forze di opposizione.

Le prime avvisaglie di una certa insoddisfazione, con specifico riferimento ai soldi spesi per l’operazione, si sono registrate a settembre, quando il generale Lloyd J. Austin, sovrintendente alle missioni in Siria e Iraq, aveva dichiarato al Congresso che, a suo dire, gli USA avevano speso 500 milioni per addestrare solo 4 o 5 miliziani anti-Isis.

Oggi finalmente capiamo che quell’uscita, all’epoca liquidata alla stregua di un’infelice battuta, stava rappresentando con fin troppa chiarezza il quadro generale della presenza americana in Siria, che vedeva il Pentagono profondamente deluso dei risultati raggiunti e, probabilmente, già nell’ottica di un cambio radicale di strategia.

A quanto sembra, nel prossimo futuro le forze americane si concentreranno in un’operazione nel nordovest siriano, con l’obiettivo di formare e sostenere dal punto di vista economico una nuova coalizione di tribù sunnite, che possa diventare il principale alleato di quelli che fino ad oggi hanno costituito il principale deterrente al terrorismo islamico: i curdi.

Del resto, un’alleanza con la Russia al fianco di Bashar al-Assad è, al momento, da escludere: sarebbe come ammettere una seconda volta – e a distanza molto ravvicinata dalla prima – di aver commesso degli errori.

Ciò nonostante, a questo proposito, non è un mistero che persino il presidente russo Vladimir Putin, fra una critica e l’altra alla politica estera americana, continui ad offrire supporto per un’offensiva congiunta contro i gruppi terroristici.

In considerazione di ciò, a questo punto, quello che emerge agli occhi del mondo è che la differenza sostanziale fra Obama e Putin non risiede tanto nel nemico attuale, universalmente riconosciuto nello Stato Islamico, quanto in ciò che sarà della Siria quando (e se) la minaccia jihadista sarà completamente debellata.

Volendo semplificare, appare chiaro che i russi continueranno a sostenere il legittimo presidente, mentre gli americani cercheranno un’alternativa, magari scegliendo fra coloro che, oggi, combattono al loro fianco.

Resta da capire quale sarà la sorte dei miliziani che fino a oggi sono stati equipaggiati e addestrati dal Pentagono, che adesso, come detto, ha ritirato improvvisamente il proprio supporto.

A quanto pare, saranno aperti nuovi centri di addestramento in Turchia, al fine di continuare l’opera di sostegno alle truppe dei ribelli, che tuttavia da questo momento in poi avranno meno responsabilità militari.

Senza contare l’impegno della CIA, che – indipendentemente dalle mosse del Pentagono – continuerà a gestire un programma a sé stante che si occupa di sostenere e rifornire una serie di gruppi contrari ad Assad.

La situazione, in definitiva, risulta ancora più intricata di quello che si pensava, anche se i dubbi e le incertezze future riguardano più che altro le ripercussioni politiche e diplomatiche con la futura reggenza siriana.

I problemi attuali sono e resteranno sempre quelli per un bel po’: la necessità di contrastare ogni tipo violenza e far fronte alla terribile emergenza umanitaria di cui, da tempo, si scorgono gli effetti anche in Europa, con la straordinaria ondata di migranti che fuggono da questa realtà diventata ormai insostenibile.

Carlo Rombolà

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