TTIP: l’accordo, tra ombre e proteste, rischia di slittare al 2016

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Il Translantic Trade and investment partnership, meglio conosciuto come TTIP, è l’accordo commerciale che gli Stati Uniti e l’Unione Europea cercano di concludere da circa un anno. Il trattato creerebbe una maggiore cooperazione commerciale fra le due zone attraverso l’abbattimento di alcune barriere. In particolare si parla di deregolamentare alcuni ambiti specifici dell’ordinamento UE.  Ma di quali ambiti si parla? Ambiente e salute principalmente.

I nodi cruciali dell’accordo riguardano deregolamentazione e investimenti. In particolare il nocciolo del disaccordo riguarda una clausola di protezione degli investimenti, secondo la quale  vi sarebbe la possibilità per le aziende di citare in giudizio interi paesi attraverso l’arbitrato internazionale, senza che questa facoltà venga riconosciuta agli stessi Stati.

Cecilia Malmstrom, commissario UE per il commercio, in un personale articolo scritto su La Repubblica, sottolinea tutti gli aspetti positivi dell’eventuale accordo. Secondo la commissaria, si parla infatti di una convenzione che “riguarda tutti” e quindi anche i lavoratori. L’apertura degli scambi commerciali, inoltre, ridurrebbe i prezzi, ampliando la possibilità di scelta per i consumatori. Tutto questo dovrebbe inoltre, sempre secondo la Malmstrom, inquadrarsi all’interno di un contesto di rispetto dei valori europei e di aiuto per i paesi più poveri.

Secondo il Centre for economic policy research di Londra, che ha svolto ricerche per Bruxelles, l’accordo dovrebbe fruttare una crescita di 90 miliardi per gli USA e di 120 per l’UE, quindi di circa lo 0,5 % del PIL. Intanto però l’accordo, il cui negoziato è stato avviato nel 2013, non sembra trovare la sua conclusione, anzi, la scadenza prevista per la fine dell’anno potrebbe slittare. Molte le voci discordanti tra la popolazione e le associazioni, in particolare, War on  Want e Corporate Europe Observatory che si oppongono all’accordo poiché lo stesso potrebbe mettere in pericolo i diritti dei cittadini. A trarre maggior vantaggio dalla deregolamentazione europea potrebbero infatti essere le multinazionali che aumenterebbero di gran lunga il proprio raggio d’azione. La maggior parte delle barriere commerciali presenti attualmente, infatti, non riguardano tanto l’esistenza di dazi, ma la forte regolamentazione in ambito sanitario che per esempio limita l’esportazione di alcuni tipi di carne bovina statunitense.

Circa 100 mila persone nei giorni scorsi hanno riempito le strade di Berlino per manifestare il proprio dissenso e sono state raccolte 3 milioni di firme contro l’iniziativa. Sono molte le ombre che infatti si celano dietro l’accordo, la popolazione avverte il rischio di lesione di diritti fondamentali quale la salute e l’ambiente, paura che potrebbe essere legittima in virtù dei temi trattati e degli interessi che da essi ne derivano, trattandosi di commercio, lobbies e Stati Uniti. In più gli USA e l’amministrazione Obama hanno da poco incassato una vittoria dal punto di vista internazionale con la stipulazione del TPP, accordo transpacifico stipulato con Giappone, Vientam, Malesia, Canada, Australia, Cile, Nuova Zelanda, Perù e Singapore, con la grande esclusione della Cina, che apre al mercato giapponese e canadese e amplia la portata dei diritti intellettuali delle aziende farmaceutiche. Infine, a  gravare sulle spalle della stipulazione vi  sono: il caso Voklswagen che è ancora fresco e il cambio di amministrazione americano, la Clinton infatti si è dichiarata contraria al Trattato, di conseguenza la situazione si potrebbe ribaltare nel caso di una sua elezione.

Sabrina Carnemolla

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