Lukashenko e la farsa di Minsk

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lukashenko e la farsa di minsk

Una farsa annunciata. Sarà una espressione secca e poco diplomatica, ma non ne esiste una migliore per descrivere le recenti elezioni bielorusse che hanno visto ancora una volta la impossibilità di libera espressione dell’ultima popolazione ad essere controllata da un organo di polizia anacronisticamente denominato KGB. Che la coscienza del popolo di Minsk fosse destinata a rimanere chiusa nelle “pareti del cervello” e non potesse essere espressa in una scheda elettorale era già reso evidente dall’ampio ricorso al manganello: i pochi coraggiosi che hanno osato scendere in piazza contro il governo hanno dovuto sperimentare un non piacevole soggiorno nelle patrie galere o in ospedale, colpiti violentemente.

Certo, nel segreto della cabina Lukashenko non poteva guardare: gli altri rappresentanti sono scesi dall’aereo per controllare le operazioni di domenica. Peccato che il periodo elettorale fosse più esteso: era possibile votare anche nei giorni precedenti. Per quale motivo? Teoricamente perché ogni cittadino potrebbe avere un impedimento legittimo nell’unico giorno festivo  della settimana: qualcuno lavora, qualcuno passa la giornata con i familiari, qualcuno desidera semplicemente riposarsi. Strano però che il 70% della popolazione si sia recata in tale periodo in massa alle urne, e ancor più strano che vi si recassero gentilmente invitati da gruppi politici legati al presidente, volti ad assicurare un rapido esercizio di un diritto e dovere (soprattutto un dovere) civico. Con questi metodi l’astensione non è un problema: l’86% degli aventi diritto si è recato alle urne, e di questi l’83% ha votato per il presidente. Lukashenko ora può vantarsi di godere di un ampio appoggio popolare, forse progetta di modificare la costituzione per aumentare il suo potere. Già illimitato.

Il giornalismo internazionale sembra però non voler pensare male e procedere ad una analisi simile a quella che potrebbe essere condotta in un qualsiasi paese democratico. Un simile successo sarebbe dovuto ad una congiuntura molto favorevole, un misto di terrore e compiacimento. Compiacimento per cosa? Un bel segno più del 2,2%. Una crescita superiore a quella dell’Italia, ma che non è accompagnata da una crescita dei salari: 5.000 euro l’anno. Più convincente la spiegazione fondata sul terrore, che non sarebbe stato prodotto dal baffuto dittatore, ma dalla situazione geopolitica dell’Est europeo: il gigante russo è in movimento, le sue truppe si muovono dietro il confine, marciano compatte, bombardano la Siria e a pochi chilometri combattono l’unica guerra europea, forse non l’ultima. Nessuno desidera tensioni con Putin: l’Occidente non correrebbe in soccorso di una terra povera dove il petrolio non c’è e l’industria è un fantasma che aleggia e ulula per le povere campagne locali. Minsk non vale un conflitto mondiale: è sufficiente una cravatta accompagnata da una stretta di mano per sancire la regolarità delle elezioni. Sarebbe stato meglio non farle, almeno non si sarebbe sperperato denaro pubblico.

D’altronde l’Unione Europea si è lavata le mani per bene, ed anzi proprio adesso potrebbe cercare di accogliere tra le sue amorevoli braccia il tronfio capo locale: «Nel contesto attuale la Bielorussia non ha percorso la via che molti si aspettavano e cioè seguire ogni passo della Russia: al contrario ha adottato una posizione costruttiva sul conflitto in Ucraina e ha preso misure coraggiose a sostegno del Paese», ha dichiarato il rappresentante di Bruxelles per i rapporti con Ucraina, Moldavia e Bielorussia.
E merita un premio: il mancato rinnovo delle sanzioni imposte nel 2014 per violazione di standard elettorali e diritti umani. Per gli standard elettorali il problema, come si è detto, è già stato risolto. Sui diritti umani in fondo si può anche chiudere un occhio: chi può biasimare il vicino di casa quando nel suo appartamento la solidarietà umana è un vago ricordo?

Vincenzo Laudani

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