La strategia di Putin in Siria e le potenziali ripercussioni sul panorama internazionale

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L’obiettivo dichiarato del presidente russo Vladimir Putin nell’ambito della crisi siriana è quello di riportare l’ordine affiancandosi al potere costituito, rappresentato dal presidente Bashar al-Assad, contro le minacce terroristiche provenienti in primis dal gruppo Stato Islamico, ma anche dagli oppositori di Assad, meno sanguinari ma ugualmente minacciosi, nell’ottica di un possibile colpo di stato.

È questa la differenza principale nella strategia di Stati Uniti e Russia a Damasco: non è un mistero, infatti, che Obama e i suoi accoglierebbero con favore un cambio di leadership, sostenuta da tempo con specifici programmi di addestramento dei cosiddetti ribelli moderati.

Dal duplice punto di vista del diritto internazionale e degli equilibri geopolitici, è l’azione della Russia a destare le maggiori attenzioni, e ciò per almeno due ordini di considerazioni.

In primo luogo, l’intervento di Putin a fianco del governo legittimo siriano rappresenta un’inversione di tendenza nel comportamento di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Dalla caduta dell’URSS in poi, infatti, il principio prevalente in materia di relazioni internazionali era quello della “Responsibility to Protect”, inteso come il dovere di ogni Stato di proteggere non solo la sua popolazione, ma anche quella degli altri Stati, in caso di gravi crimini contro l’umanità, si pensi ai casi di Yugoslavia e Ruanda negli anni ‘90, sino alle esperienze più recenti di Iraq, Libia e Afghanistan.

Quello che è stato anche chiamato “diritto di ingerenza umanitaria” si è progressivamente trasformato in una sorta di obbligo quasi morale degli Stati più potenti nei confronti delle popolazioni oppresse da governi autoritari.

Dal 1991 ad oggi, in altre parole, lo Stato che interveniva nel conflitto interno di un altro Stato lo faceva per combattere una tirannia, e non per sostenere il governo locale, come sta facendo, oggi, la Russa con la Siria.

In punto di diritto internazionale, dalla prospettiva russa, un simile intervento – che non può considerarsi un’ingerenza poiché nasce da un’espressa richiesta di Damasco – ha carattere umanitario, ma le violazioni dei diritti umani non provengono dal governo, bensì da gruppi terroristici consolidati come lo Stato Islamico, che opprimono le minoranze e si oppongono con violenza al potere centrale.

Secondo questa chiave di lettura, pertanto, l’oppresso è il governo, e gli oppressori sono i gruppi che lo contrastano, nella fattispecie lo Stato Islamico, che costituisce da tempo una minaccia anche per gli Stati dell’Unione Europea.

Ad onor del vero, la Russia non è nuova a questo tipo di strategia, si pensi all’accordo sul nucleare iraniano, ampiamente favorito da Putin, il quale, di recente, ha tentato di avvicinarsi anche al governo greco di Tsipras.

Ciò su cui è opportuno fermarsi a riflettere sono le conseguenze di questo atteggiamento, teso alla formazione di un nuovo polo economico internazionale, che faccia capo alla stessa Russia, in possibile coalizione con il colosso cinese.

A questo punto, le domande da porsi sono due. La prima riguarda le effettive probabilità di successo di questo disegno, la seconda, se il nuovo equilibrio mondiale sarebbe, o meno, uno scenario migliore per la comunità internazionale.

La nostra riflessione non può che partire dall’esito della guerra in Siria: se prevarrà la strategia americana e Bashar al-Assad verrà rovesciato, il progetto di Putin andrà incontro a un probabile naufragio.

Se, tuttavia, Assad rimarrà al potere, potremmo assistere al progressivo ritorno ad un mondo polarizzato e, di conseguenza, alla fine dell’incontrasta egemonia statunitense.

Pur somigliando, a grandi linee, a un ritorno alla guerra fredda, è opportuno precisare che le tensioni di quel periodo non potrebbero mai riproporsi nel mondo di oggi, perché gli equilibri geopolitici sono cambiati.

Da riconsiderare, infine, il ruolo delle Nazioni Unite, totalmente inadatte a esprimere quella forma di governo mondiale per la quale sono state pensate, a causa di un intrinseco deficit di autorevolezza e rappresentatività.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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