In medio stat virtus

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In medio stat virtus

Cari lettori, un’antica leggenda collega il filosofo greco Aristotele, l’autore latino Orazio, il capostipite del buddhismo Siddhārtha Gautama… e gli Articolo 31.

L’ancestrale favella narra di una saggezza riservata a pochi eletti, di una consapevolezza trascendentale acquisita attraverso l’ardua pratica del sacrificio unita a doti cognitive che potremmo considerare talenti naturali.

“In medio stat virtus”, per chi non lo sapesse, è un detto che risale all’epoca romana e che significa “La virtù sta nel mezzo”.

In modi differenti e subdolamente connessi, i personaggi elencati ad inizio articolo hanno saputo concretizzarne l’insegnamento: se Aristotele, infatti, scriveva che “il mezzo è la cosa migliore”, Orazio fu artefice del famoso detto “est modus in rebus”, che vuol dire “esiste una misura in ogni cosa”.

A farne però un esempio concreto di vita fu il Buddha. La via di mezzo che ancora oggi i buddhisti professano è un’esistenza disancorata dagli eccessi e dai vizi sfrenati così come dalle privazioni e dalle mortificazioni corporee. Secondo la dottrina tramandata dal Buddha, è possibile conseguire l’illuminazione soltanto se si è nelle giuste condizioni psicofisiche per farlo, il che presuppone uno stile di vita sobrio ed equilibrato. Una tesi rivoluzionaria per i praticanti di allora, che nell’ascetismo e nel sostanziale distacco dalla realtà avevano sempre iconizzato la liberazione dal samsara, ossia il ciclo continuo di morte e rinascita, fino al conseguimento del nirvana.

BrainchChe c’entrano quindi gli Articolo 31? Sostanzialmente nulla, ma proviamo a ricordare la canzone “L’italiano medio” per renderci conto di come le profonde mutazioni della società abbiano spinto verso il basso quel livello, rendendo il medio mediocre e la virtù una meschinità da mettere alla berlina, completamente avulsa da ogni sorta di etica o morale.

Un bel regresso che è la conseguenza dei sistemi odierni, orientati alla logica del consumo sfrenato e del profitto, del protagonismo e delle arrampicate sociali. Nel continuo divenire di stress, seccature, precarietà lavorativa ed ideologica, umilianti torture da manipolazione e sfruttamento, abbiamo perso di vista la coerenza dell’integrità e spesso perdiamo di vista noi stessi.

Cosa rimane dell’essere umano quando smarrisce se stesso? Non parlo dei postumi di sbronza, che pure sono difficili da sopportare, ma dell’annichilirsi di identità e coscienza nei ritmi senza fiato della cultura contemporanea, fatta di impegni, sforzi insufficienti e un numero indefinito di scocciatori: quelli che a metà tra il serio e il faceto cominciano ad essere identificati come “vampiri psichici”, ovvero persone che con la loro presenza ed il loro modo di fare sono in grado di risucchiare le energie fisiche e mentali di chi gli sta intorno.

Mitologia, ma neppure troppo: sono sicuro che ognuno di voi conosce almeno una persona di questo genere, la cui negatività oscura in breve tempo ogni barlume di volontà e spirito. Provate a traslare questa situazione all’intero meccanismo sociale: un sistema che è concepito appositamente per renderci schiavi del superfluo. Così in questa immensità di grottesco assurdo s’annega la sensibilità collettiva, cola a picco la coscienza di classe e l’individualismo diventa l’ermo colle in cui ignoranza e superficialità vanno a rifugiarsi.

Ora, veniamo al dunque: come se ne esce? Recuperando gli antichi valori ed adattandoli alla situazione attuale. La virtù sta nel mezzo, insomma, quindi un sapiente utilizzo del dito medio, in caso di necessità, può aiutare a scrollarci di dosso un bel po’ di persone e situazioni deleterie, e recuperare quell’autonomia di pensiero così brutalmente sottratta. Del resto, se qualcuno dovesse rimanerci male, potrete sempre dire che si è trattato di un’illuminazione.

Alla prossima lettori cari, e come sempre grazie.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

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