Salari reali: sono aumentati, ma non l’abbiamo notato

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Alan Turing, uno dei più grandi matematici del XX secolo in un saggio del 1950, scrisse “lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza” anticipando un effetto divenuto famoso come “effetto farfalla“, nota anche come “Teoria del caos”.

Secondo la teoria, definita così per la prima volta da Edward Lorenz, infatti, un semplice movimento di molecole d’aria, generato dal battito d’ali dell’insetto, può causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano.

È interessante osservare come nell’economia si registrino cambiamenti che hanno conseguenze dirette su determinati fattori non riconoscibili, se non analizzate a distanza di tempo o considerandole secondo una differente prospettiva. Senza che fosse a noi percettibile infatti il livello dei salari reali, ovvero al netto dell’inflazione, è aumentato.

Secondo Drew Matus della UBS, l’inflazione, guidata dai prezzi dell’energia, ha decelerato dal 1,5% al 0,3% nel corso dell’ultimo anno. Allo stesso tempo, i guadagni orari medi sono diminuiti dello 0,5%. Di conseguenza, i salari reali (cioè, i salari meno inflazione, o, tenore di vita dei lavoratori) sono migliorati. I guadagni orari medi reali hanno accelerato dallo 0,9% al 1,6%  rispetto al tasso di crescita medio del 1,2%. In altre parole, contrariamente alla percezione, dopo l’aggiustamento per l’inflazione, salari hanno accelerato rapidamente la loro crescita nel corso dell’ultimo anno. Aggiungendo, inoltre, che le aziende aggiustano i salari nominali rispecchiando il grado di inflazione: se quest’ultima vedrà uno spostamento verso l’alto, anche il livello dei salari nominali (calcolati tenendo conto, stavolta, dell’inflazione) seguirà tale andamento.

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Questo concetto è spiegato dalla curva di Phillips che analizza il rapporto inverso tra disoccupazione ed inflazione: quando la disoccupazione è bassa, i datori di lavoro devono pagare salari sempre più alti per attirare i lavoratori. l’inflazione è particolarmente incline a salire quando il tasso di disoccupazione scende sotto il “tasso naturale” in cui praticamente tutti coloro che vogliono un lavoro riescono a trovarlo rapidamente.

Eppure tale curva, definita dalla presidente della Federal Reserve, Janet Yellen L., come “una componente fondamentale di ogni modello macroeconomico realistico“, sta dividendo i pensieri di molti economisti in base ai recenti avvenimenti: la signora Yellen e molti dei suoi colleghi della Fed pensano che, date le analisi effettuate con il modello di Phillips, per evitare un aumento spropositato dell’inflazione negli anni successivi bisognerebbe effettuare un’operazione di rialzo dei tassi di interesse. Di contro, invece, i due governatori della Fed, Lael Brainard e Daniel K. Tarul, ritengono che l’applicazione della curva nell’ultimo decennio, che vede l’inflazione e la disoccupazione al centro del dibattito economico, si sia indebolita e optano per una mossa contraria.

Neil Irwin sul New York Times scrive che c’è una differenza tra le previsioni economiche e quelle del tempo: l’essere umano non ha potere di trovare un rimedio per le situazioni meteorologiche a breve termine, ma può avere influenza su quelle economiche prendendo le giuste decisioni e la curva di Phillips ne è un esempio concreto.

Beatrice Rossano

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