La Turchia si arrende, vince Erdoğan

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Domenica 1 novembre si sono svolte in Turchia le elezioni parlamentari, per la seconda volta in pochi mesi.
Nonostante si fosse già votato il 7 giugno il presidente Erdoğan ha deciso infatti di riaprire le urne, consapevole della sua prima sconfitta politica in 13 anni di governo.

Mai prima di giugno il suo Akp si era ritrovato costretto ad imbastire trattative e a realizzare una coalizione, forte fino ad allora degli almeno 276 seggi indispensabili per poter governare da solo. Nel giugno invece questa maggioranza non era stata raggiunta, a causa principalmente del forte seguito dei neonati socialdemocratici dell’Hpd, oltre consensi più numerosi per gli ultra-nazionalisti dell’Mhp.
Solitamente quando ci si accinge a scrivere un articolo che riporti dei risultati elettorali la prima cosa che si mette in evidenza sono appunto i risultati elettorali stessi. Questa volta però, a dispetto dello standard, i risultati verranno ripresi successivamente, poiché il modo in cui questi sono arrivati, vale a dire tutto ciò che è accaduto da quel 7 giugno alle ultime elezioni del 1 novembre, supera per importanza i numeri delle votazioni, e soprattutto risulta indispensabile ai fini della loro analisi.
Cominciamo col dire che queste elezioni si sono trasformate col passare del tempo in una sorta di referendum nazionale, nel quale la popolazione avrebbe dovuto esprimere il proprio consenso o dissenso riguardo l’operato di Erdoğan in relazione alle sue ultime politiche internazionali e interne, che come vedremo sono strettamente legate.
Ma prima di (provare a) chiarire entrambi questi aspetti è importante ricordare che l’ascesa dell’Hdp ai danni dell’Akp è stato frutto di un passaggio di voti che gli analisti ritengono dovuto a un cambiamento di orientamento politico da parte della minoranza curda, da sempre una delle principali fonti di consenso per Erdoğan, e che invece nelle ultime elezioni di giugno aveva operato altre scelte elettorali, di fatto “voltandogli le spalle”.

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Mappa delle zone a maggioranza curda (CIA)

Come già detto i curdi hanno da sempre appoggiato l’Akp, perché conservatori, islamisti e sunniti come Erdoğan, e perché quest’ultimo, negli ultimi 4 anni, aveva intrapreso un importante negoziato con il Pkk, il partito indipendentista e armato curdo, di fatto affievolendo una storica conflittualità interna. I curdi però, dalla nascita dell’Hpd, si sono mostrati via via sempre più vicini al nuovo partito. Tale scelta è costata la maggioranza assoluta a Erdoğan, che ha necessitato dunque di reperire nuovi consensi altrove, in particolare tra gli ultra-nazionalisti dell’Mhp, da sempre ostili ai negoziati tra stato turco e curdi. Per fare questo ha dovuto di fatto dichiarare guerra al Pkk, avviando le ostilità contro la minoranza curda.
Tali ostilità sono potute insorgere solo all’interno di quella che da più parti è stata definita una “strategia della tensione”, rievocando fantasmi italiani, ovvero tramite due fra gli attentati più sanguinosi della storia della Turchia, quello di Suruç a luglio (34 morti tra curdi e attivisti) e quello di Ankara il 10 ottobre (102 morti, tra cui soprattutto curdi sostenitori dell’Hdp). Il primo ministro Davutoğlu dopo Ankara aveva prontamente indicato il Pkk come possibile responsabile, dando il via alla repressione, questo prima che invece la procura turca indicasse come attentatori il gruppo Stato Islamico, terroristi con i quali la Turchia continua a mantenere ambigui rapporti.
L’azione di questa terza parte nelle ostilità non deve sembrare infatti casuale, dal momento che nel contesto della guerra siriana la Turchia ha da sempre consentito ai jihadisti turchi di aggregarsi alle milizie del califfato nella loro guerra contro Assad. Ma c’è di più: a maggio, dopo l’uccisione dell’ufficiale dello Stato Islamico Abu Sayyaf da parte delle forze speciali americane, queste hanno reperito documenti che testimoniano inequivocabilmente trattative tra funzionari turchi e ISIS, che esporterebbe petrolio in Turchia arricchendosi.
La Turchia ha quindi subito dovuto ribadire la propria vicinanza alle ragioni americane, consegnando agli USA alcune sue basi aeree, e bombardando a questo punto anche lei lo Stato Islamico, insieme ai curdi però, ancora una volta inspegabilmente obiettivi militari.

censuraNello stesso periodo Erdoğan si adoperava nella campagna/lavaggio del cervello elettorale denunciata da ogni media mondiale: redazioni giornalistiche chiuse e messe fuorilegge, tv oscurate come innumerevoli siti internet, 59 ore nei palinsesti televisivi dell’ultimo mese dedicate alla propaganda di Akp, a fronte delle 6 ore e 28 minuti concesse a tutte le altre forze politiche messe insieme. «Gravi attacchi alla stampa e all’opposizione» come ha denunciato l’OCSE, ma contro i quali a livello internazionale, va detto, si è fatto ben poco.
Il messaggio del presidente Erdoğan alla sua nazione è stato chiaro, paranoico, “rivotatemi e tutto questo finirà”, e lo straziato, diviso e impaurito popolo turco questo messaggio l’ha recepito.

Ecco dunque parzialmente spiegati i risultati di queste ultime elezioni parlamentari, da molti analisti considerati sorprendenti: L’Akp ritrova la maggioranza assoluta essendo stato votato dal 49,4% degli elettori, ed avrà a disposizione 317 seggi su 550. Questo non permetterà comunque a Erdoğan di riformare la costituzione per passare alla sognata repubblica presidenziale, per via di una (santa) legge turca che consente ciò solamente alle forze politiche che conquistano almeno 330 seggi.
Il Chp si è confermato sul 25%, ottenendo 267 seggi. Mentre un cospicuo passaggio di voti si è fatto registrare soprattutto tra Mhp e Akp, con l’Mhp che perde quasi 4 punti percentuali passando dal 16,2% all’11,9%.

I filo-curdi dell’Hdp sono riusciti nonostante i numerosi attacchi a superare nuovamente la soglia di sbarramento del 10%, ottenendo il 10,8% dei consensi.
Quanto accaduto in alcune piccole e medie città della nazione rende al meglio il clima in cui si sono svolte queste elezioni parlamentari: Più di 3000 persone residenti in villaggi sulle montagne vicino Lice non hanno potuto votare poiché la strada che collega i piccoli centri alla città è stata distrutta nella notte dal’esplosione di mine, mentre a Dicle degli osservatori internazionali, giunti per garantire la regolarità delle elezioni, sono stati trattenuti in caserma. A Silvan le forze dell’ordine erano presenti e armate all’interno dei seggi e a Cizre è stato imposto un coprifuoco di nove giorni consecutivi, con gli abitanti che dunque non hanno potuto votare. Le città maggiormente colpite da questi impedimenti “casuali” sono tutte appartenenti alla regione curda.

Valerio Santori
@santo_santori

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