Sterilità: nuovi trattamenti e questioni etiche

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Una nuova frontiera per il trattamento della sterilità

La Kallistem, startup del Cnrs francese che sviluppa nuove tecnologie della coltura cellulare nella biologia riproduttiva, ha recentemente annunciato di aver dato avvio alla nuova frontiera del trattamento per la sterilità maschile: per la prima volta sono stati ottenuti spermatozoi umani in vitro, a partire da tessuto proveniente dai testicoli di un uomo sterile.
Prima d’ora, infatti, si era riuscito ad ottenere solo spermatidi, che rappresentano lo stadio precursore degli spermatozoi nella spermatogenesi, il processo di maturazione delle cellule germinali maschili, che avviene nei testicoli a partire dalla pubertà e dura complessivamente 72-74 giorni.

La nuova tecnica

La tecnica è stata brevettata con il nome di Artistem, e prevede l’utilizzo di cellule prelevate dai tubuli seminiferi, che vengono successivamente immerse in un gel di chitosano e poi poste per 72 giorni in un bioreattore, dove vengono trattate con nutrienti e ormoni.
La ricerca ha permesso di ottenere spermatozoi morfologicamente normali, di cui non è stata però ancora testata la funzionalità, e i primi studi clinici dovrebbero effettuarsi nel 2017.
La scoperta lascia però ancora irrisolte molte domande di natura etica.

La visione etica

Il dibattito sulle possibili conseguenze etiche della “cura della sterilità”, nasce dalla definizione stessa di sterilità, e, in modo particolare, dalla questione sulla possibilità di definirla o meno una patologia.
In sintesi: un soggetto sterile può considerarsi malato?
Di certo, la condizione di incapacità procreativa non comporta una sintomatologia ascrivibile alla semeiotica classica, e garantisce una qualità di vita perfettamente sovrapponibile a quella delle persone fertili.
Ma se per salute si intende, nel senso più letterale “la condizione di benessere fisico e psichico”, allora la sterilità, avvertita come “privazione” di una necessità e un’indole innata, quale è quella della paternità o della maternità, può essere, senza molti dubbi, intesa come “malattia” che riguarda la sfera della psicologia.
E non c’è malessere più tangibile.
In questo senso, è immediata la trasposizione del “malato” a “paziente”, che, in quanto tale, diventa oggetto di interventi diagnostici e terapeutici.

L’etica, la relazione fra l’uomo e la natura, la concezione stessa della natura come entità superiore e immutabile, sono da intendersi come limiti della volontà, o come realtà che guidano la razionalità in un senso che non prevede contaminazioni della superbia di un’umanità che pensa di poter correggere errori, che sono invece scelte?
È questa una di quelle domande a cui forse il progresso non saprà mai rispondere.

Elisabetta Rosa

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