Gadda: lo scrittore del dolore

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Gadda

Sto pensando di lasciare definitivamente questa vita di adultero, che mi assicura un pane;  e di fare uno di quei colpi di testa che fruttano il più delle volte una revolverata nel cervello.

La personalità di Carlo Emilio Gadda, uno dei più grandi scrittori del Novecento Italiano, era complessa e profondamente intricata: Gadda nacque a Milano il 14 novembre del 1893 da una famiglia della buona borghesia che ben presto subì il trauma della declassazione (che aveva colpito già altri, come Svevo e Pirandello).

La povertà mi ha umiliato di fronte al ceto civile borghese al quale la mia famiglia apparteneva. Un sentimento di frustrazione sta alla base del mio lavoro e del giudizio che faccio di me stesso.

La costruzione di una villa a Longone, infatti, diede il colpo di grazia alle finanze già precarie della famiglia. In questo luogo sarà idealmente ambientata la storia dell’opera più importante di Gadda, “La cognizione del dolore”. 

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A compromettere l’integrità del giovane Carlo Emilio fu senz’altro la madre, con la quale egli aveva un rapporto morboso,  che lo costrinse a studiare ingegneria contro la sua vera vocazione, quella letteraria. L’arida professione di ingegnere costituì poi sempre un peso intollerabile per lo scrittore poiché confessò di essere costretto, da essa, “a vivere una vita non sua”. Porterà per sempre rancore alla madre per questo motivo.

«Non c’è mezzo di persuadere la mamma alla vendita coraggiosa di Longone e dell’inutile appartamento di Milano. Con la caparbietà dei maniaci ella non ne vuol sentire; ogni accenno, ogni insistenza finisce in una scenata»

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Carlo Emilio e il fratello, Enrico Gadda.

Nel 1915 decide di arruolarsi come volontario per la guerra insieme all’amatissimo fratello Enrico “la parte migliore e più cara di me stesso”, spinto da un forte sentimento nazionale;  ma l’esperienza gli porterà una ferita che mai più si riassorbirà:  a seguito della disfatta di Caporetto, Gadda viene fatto prigioniero in Germania (da questa esperienza nascerà “Giornale di guerra e di prigionia” pubblicato solo nel 1955) e al rientro a Milano quando gli comunicarono della scomparsa in guerra del fratello disse solo: “Spero che questa vita passi presto”.  Segnato per sempre da quest’avvenimento, insieme alla morte della madre, Gadda farà confluire tutta la sua sofferenza in “La cognizione del dolore”, nel quale si intravedono chiaramente aspetti autobiografici, che resterà incompleto.

L’altro grande romanzo, apparentemente di genere giallo,  è “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, anche questo incompiuto (quasi a voler indicare la vanità della ricerca).  Alla sua uscita, nel 1957, la coronazione letteraria di Gadda è compiuta, poiché il successo è incredibile. Tuttavia questa improvvisa notorietà sembra infastidirlo tanto da indurlo a ritirarsi a vita privata; isolato da tutto e da tutti morirà il 21 maggio del 1973 nella sua casa a Roma.

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Citati, Contini e Gadda

Il grande critico italiano Pietro Citati lo ricorderà con queste parole, contenute nel suo volume “La malattia dell’Infinito. La letteratura del Novecento”:

Ho conosciuto Carlo Emilio Gadda alla fine del 1955, quando non avevo ancora ventisei anni. Lui ne aveva sessantadue. Diventammo subito amici. Non era affatto timido, come dice la leggenda: o lo era coi prepotenti, coi Grandi, coi noiosi, coi seccatori, coi facitori di frasi fatte; non con le persone che provavano simpatia ed affetto per lui.  […] Con lui non c’era mai nessun rapporto di superiorità o di inferiorità: non aveva mai un’ ombra di supponenza o di alterigia. Eravamo soltanto due esseri umani, che discorrevamo delle cose che tenevamo a cuore. A volte, le sue parole sembravano venire da lontano, molto lontano, come se avessero percorso una strada faticosa e dolorosa, che egli solo conosceva. Quando invitava a cena Gianfranco Contini (per il quale aveva moltissimo affetto), o ascoltava una sua conferenza, mi faceva sedere accanto a sé. Contini parlava in continiano: una lingua personale, composta in buona parte di gaddiano. «La prego, mi diceva: se non capisco, mi spieghi». Così, all’ inizio del 1956, nacque tra noi una specie di sodalizio, che durò almeno dieci anni. Non ero il solo a subire il suo fascino: c’ era sempre qualcuno che decideva di dedicargli la propria vita. Quanto a me, provavo per lui un’ immensa venerazione, come non ho mai provato per nessuno. Non veneravo soltanto il Pasticciaccio o La cognizione del dolore: ma tutto ciò che egli faceva o diceva o pensava o immaginava o fantasticava. Non mi importava affatto che qualcuno dicesse che Gadda era un nevrotico, o un ipocondriaco, o un paranoico. Per me, anche le sue minime fantasie emanavano da una grande figura dolorosa, che restava nell’ ombra. […] Era un eroe plutarchesco: un eroe fallito, o sconfitto, «dimenticato dallo sguardo di Dio».

Maria Pisani

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