Amore e Psiche, quando l’arte incontra la mitologia

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amore e psiche

Un dio alato che, ergendosi forzosamente, con il suo braccio cinge leggiadramente il seno della sua amata, e quest’ultima che porgendogli delicatamente la sua bocca circuisce il suo viso con le braccia, quasi con l’insensata pretesa di fermare l’attimo eterno e sublime prima che le labbra si uniscano in un bacio, “sigillo d’amore”: questa la descrizione della magistrale scultura scolpita nel 1788 da Antonio Canova. Lo scultore realizzò l’opera, denominata appunto Amore e Psiche, ispirandosi all’omonima fiaba che Apuleio scrisse nel libro de “Le Metamorfosi”.

Amore e Psiche

Psiche è soprannominata Venere a causa della sua incantevole bellezza. La dea, gelosa del nome usurpatole, decide di punirla e ordina a suo figlio Amore di trafiggerla con una freccia che avrebbe avuto il potere di farla innamorare dell’uomo più avaro e brutto che esistesse sulla faccia della Terra. Amore, inavvertitamente, scaglia il dardo contro il suo piede e diventa vittima di se stesso, depredato da un amore bruciante e fulmineo per la giovane fanciulla. Egli decide di portarla con sé nel suo palazzo, per sottrarla alle ire di sua madre Venere, e trascorre con lei infiammati notti d’amore. Ma Psiche, ottenebrata dall’invidia infida delle sorelle, infrange il divieto impostole da Amore di non poter vedere il suo volto. Ella, infatti, aiutandosi con una lampada ad olio, lo scopre, ma inavvertitamente ferisce il suo amato, che si allontana.

“Come se l’amore forte si esprimesse soltanto attraverso la debolezza. Ed è per questo motivo che ci consola di una storia d’amore solo la parte più dolorosa, e ci disinteressiamo del lieto fine.”

La fanciulla è duramente sottoposta a tre prove, una delle quali prevede che lei scenda negli Inferi allo scopo di incontrare Proserpina, dea dell’Ade, e chiedere di essere bella almeno quanto lei.

“Perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi la passione.”

La dea le consegna la sua bellezza in un’ampolla che, quando viene aperta, sprigiona un sonno profondo che mieterà come vittima Psiche. Ella verrà destata dolcemente dal suo amato.

“Così Psiche divenne sposa di Amore secondo le prescrizioni del rito, e quando il tempo per il parto fu terminato nacque loro una figlia che noi chiamiamo Voluttà.”

Amore e Psiche

Nella sublime scultura di Canova, come nella favola di Apuleio, Psiche, come denota la sua etimologia greca (ψυχή), rappresenta l’anima, quell’anima di cui avidamente Amore si impossessa e che fa sua, che, grazie alla sua azione impetuosa e catartica, diviene immortale, quell’anima che sarebbe rimasta imbrigliata nel limbo arido e vano della placida quiete, refrattaria ai grandiosi e turbolenti sconvolgimenti del sentimento amoroso. Amore è inscindibile da Psiche. Quando esso sortisce il suo effetto devastante, depreda prima di ogni altra cosa l’anima, e l’anima, consapevole di ciò, sceglie di cadere inesorabilmente nella sua trappola d’oro,“perché vivere senza Amore, equivale a non vivere”.

Amore e Psiche

Canova, nello scolpire in modo sublime la statua, si discosta nettamente dai canoni ampollosi e rocamboleschi del barocco, all’epoca molto gettonato, imprimendo il bello ideale e quello naturale in una sintesi di perfetta armonia, come era tipico del movimento artistico del neoclassicismo. Winckelmann, esponente di spicco della suddetta corrente, predicava l’ideale di nobile semplicità e quieta grandezza, che si riconosce perfettamente nella sincronia armonica dei movimenti delle due figure, nella loro disposizione a x, nel loro convulso abbraccio, nell’erotismo che, a dispetto di tutto, traspare appena, che non disturba, e nella magnificenza che, tuttavia, non fa rumore, ma resta cesellata, come un diamante, lungo tutta la figura.

Clara Letizia Riccio

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