La Crisi di Parigi: nuovi e vecchi muri da abbattere

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Parigi
Parigi

All’indomani della più grande strage in territorio francese dal secondo dopoguerra, le destre nazionaliste e sovraniste europee non hanno esitato ad approfittare della profonda commozione e della paura a Parigi, per rilanciare un’aggressiva campagna mediatica contro l’accoglienza dei profughi.

Anzi, in uno scenario già destabilizzato per i fatti dello scorso 13 novembre, l’immagine che si ha della Francia è di un paese nel caos, non solo per l’ipotesi di nuovi attentanti, alla quale i francesi rispondono con coraggio e determinazione, quanto piuttosto per i rigurgiti neofascisti e xenofobi.

Esemplare e al tempo stesso scioccante è la vicenda della città di Pontivy, dove i sempre più frequenti raduni razzisti sono degenerati nell’uccisione di un cittadino francese di fede islamica, in nome di quello stesso odio e di quella stessa ignoranza che hanno scosso un intero continente.

Se questa tendenza viene confermata anche in Italia, dove un Salvini in campagna elettorale permanente approfitta dei tragici fatti parigini, per guadagnare consenso sulla paura e sull’intolleranza, irrompe nella cronaca politica transalpina la notizia della partecipazione di Marine Le Pen agli incontri tra il Presidente Hollande e le forze politiche francesi.

Il budino”, come viene soprannominato in patria il capo di stato, conferma la sua fragilità.

Nel tentativo disperato di recuperare la sua popolarità ai minimi storici, consulta la leader del Fronte Nazionale in tema di sicurezza interna, incassando in parte il suo sostegno sulle politiche da adottare nel dichiarato stato di guerra.

Questa mossa rischia di passare alla storia della Repubblica Francese come un pericoloso autogol del rappresentante dell’Eliseo. Sembra che sottovaluti il caso austriaco e, più in generale, dei paesi dell’Europa centro-orientale dove, pur con le dovute differenze, sembra ripetersi un comune copione.

La crisi economica del 2008 accelera il disfacimento delle classi politiche tradizionali in tutta l’UE, in particolare negli stati balcanici, davanti alla chiara incapacità di gestire la profonda recessione e la forte ondata di migranti.

E’ il caso delle recenti elezioni in Polonia.

Complice la vicinanza all’Ungheria di Orbán, il paese di Papa Giovanni Paolo II, per la prima volta dalla caduta del blocco sovietico, avrà un parlamento composto di soli partiti di destra, soprattutto radicale e xenofoba.

La spiegazione a questa novità, che rischia di divenire la bussola dell’assetto politico in tutto il continente, è molto semplice: il sistema fortemente maggioritario, che tutelava l’establishment al potere, crolla sulle questioni della scarsa democrazia dell’Unione Europea, dell’immigrazione e della crisi.

Inizia così a decomporsi, lasciando spazio a un terzo polo nazionalista, quando non apertamente razzista, alternativo sia al centrodestra che al centrosinistra.

E’ proprio quest’ultimo schieramento che più soffre questa trasformazione: di fronte all’avanzata, negli anni ’90, di quel nuovo liberismo alla base delle diseguaglianze della globalizzazione, la famiglia del socialismo europeo, e di quelle forze che le sono vicine, ha abbandonato poco a poco i suoi ideali di solidarietà e lotta alla povertà, accettando le idee dello schieramento opposto.

La situazione dell’Austria è emblematica di tutto questo fenomeno.

Di fronte alla crescente ondata di mobilitazioni islamofobe, le cui parole d’ordine hanno monopolizzato i dibattiti televisivi, i socialdemocratici cercano di rimediare allo smarrimento della propria identità facendo proprie le idee dell’avversario, imponendo un freno alla politica delle quote di rifugiati da accogliere, come in Polonia. “Un grave errore”, come rivela il politologo austriaco Thomas Hofer alla Süddeutsche Zeitung, che non sottrae voti all’avversario, ma che lo legittima a guida del Paese.

E ciò è ancora più grave, poiché in questi stati verrà smistata solo una parte molto ridotta e residuale dei flussi migratori provenienti dalla Siria, proprio per evitare qualsiasi polemica con formazioni politiche forti nel senso comune quanto nei parlamenti.

E’ sempre più concreto il rischio di un doppio filo che potrebbe legare Parigi a Vienna e a Varsavia.

Le soluzioni del Front National si ispirano alle politiche dei paesi balcanici: nel nome della lotta al terrorismo, aumentare la repressione e imporre restrizioni alle organizzazioni islamiche nelle banlieues, sostenendo la teoria del legame tra povertà e fondamentalismo.

Tuttavia, dagli studi pubblicati in Italia da Linkiesta emerge che i poveri costituiscono soltanto una parte marginale dell’Isis, i cui principali sostenitori sono figli di immigrati benestanti, che non hanno avuto la mediazione degli Imam nella comprensione del Corano, interpretandolo in maniera distorta.
Queste figure sono importanti, poiché nei quartieri poveri e multietnici contribuiscono pure ad allontanare i ragazzi dalla violenza e dal degrado, in quanto capi delle comunità musulmane.

Al contrario, le continue ingiustizie che i cittadini di cultura islamica subiscono nei paesi occidentali, forniscono soltanto un altro argomento di propaganda allo stato oscurantista del Daesh.

La proposta politica di Le Pen rischia di mettere in piedi un circolo vizioso.

La fomentazione della paura e dell’odio da parte dei successori di Orbán e dello scomparso Jörg Haider, alimenta il pericolo di trasformare la nostra stessa UE in una gigantesca banlieue.

Pur con degli ottimi titoli di studio, che non verranno riconosciuti dalle nostre istituzioni, i rifugiati che ospitiamo verranno impiegati per lavori a basso costo che non richiedono qualifica; per mansioni che i cittadini europei non vogliono più fare, o per le quali l’assunzione viene generalmente considerata troppo “costosa” dai datori di lavoro.
Si formerà un gruppo di nuovi poveri che, nel momento in cui chiederanno di uscire dall’emarginazione alla quale saranno condannati, verranno repressi con violenza.

Se sarà governata da una classe dirigente che si nasconde dietro il securitarismo e la xenofobia, per mascherare l’incapacità e il fallimento delle proprie ricette nazionaliste per ridurre la forbice tra ricchi e poveri, aumentata nel 2008, l’Europa unita e pacifica sarà solo un ricordo.

Anziché alzando nuovi muri, l’Unione Europea batterà lo Stato Islamico solo se abbatterà i muri ora in Ungheria e in futuro in Croazia e Slovenia, se taglierà il filo spinato delle politiche di austerità, e se creerà un modello di vera integrazione che si ispiri ai valori della giustizia sociale, della tutela del lavoro, della solidarietà e della mobilità sociale per tutti.

Eduardo Danzet

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