Terremoto dell’80: 35 anni dopo, gli sfollati ancora nei container

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Un’odissea senza fine, un incubo che sembra non tramontare e che si protrae, affliggendo quelle famiglie che hanno già patito troppo. Non è bastata dunque la paura di non farcela, l’euforia della salvezza e la simultanea ansia di aver perduto ogni cosa: affetti, un tetto sopra la testa, la dignità.

Dopo 35 anni dal terremoto di magnitudo 6.8 all’epicentro (nono-decimo grado della scala Mercalli) che, il 23 novembre 1980 ha colpito l’Irpinia e la Basilicata, fin troppe famiglie sono ancora senza casa.

“A un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano”.

Così Alberto Moravia in “Ho visto morire il Sud” descrisse la tragedia che colpì le tre province di Avellino (103 comuni), Salerno (66) e Potenza (45). Gli edifici distrutti o danneggiati arrivarono a essere circa centomila.

Un tragico esempio di malaffare e speculazione che ha visto protagonista la provincia di Salerno, ancora inadatta e impreparata ad accogliere le famiglie che ormai pretendono un posto stabile, dato che gli sfollati abitano ancora in container ormai fatiscenti.

“Non possiamo più vivere in questi container! Abbiamo problemi di respirazione per le polveri che si sprigionano dalle lamiere. Mi auguro che il Comune consegni quanto prima le case. Ora siamo all’esasperazione”. Afferma la giovane Lucia Petti, del sito delle Ginestre, dove vive insieme alla mamma e alla sorella maggiore.

Ancora, l’ultra ottantenne Lucia Senatore (che vive da sola in un container di Pregiato), dopo esserle stato comunicato del suo imminente trasferimento nelle case parcheggio realizzate nell’ex Acismom, lamenta spaventata: “Ci trattano come bestie! Nell’ex Acismom ci mettessero i loro parenti. In quella struttura hanno tolto anche i riscaldamenti. Io sono anziana e non posso fare due traslochi. Mi devono dare una casa definitiva. È lì che ho il diritto di finire i miei giorni”.

Intanto circa sessanta famiglie attendono ancora la casa popolare che gli era stata promessa dopo il terremoto.

Dura è la vita dei forzati conviventi, costretti a respirare un’aria di false attese e aspettative. I siti d’accoglienza costruiti nel 1982 dovevano contenere 358 famiglie, ma nessuno si sarebbe aspettato che questi sarebbero diventati alloggi stabili. Se inizialmente si presentavano angusti e provvisori, ora, invasi dall’amianto, risultano davvero inadatti all’uomo.

A Cava de’ Tirreni 53 famiglie sono ospitate nei campi prefabbricati del post terremoto: smistati tra il campo delle Ginestre, di San Pietro, di Sant’Arcangelo, di Pregiato e della Maddalena. L’unico sito che è stato demolito è quello di Santa Lucia, le cui 24 famiglie, dal 2000, godono finalmente di un alloggio stabile.

Addirittura sono stati coniati termini come Irpiniagate, Terremotopoli o terremoto infinito, per identificare quel fenomeno trita-soldi che ha visto distruggere ogni speranza di provvedere a nuove abitazioni.
Una terra devastata dunque, descritta nel romanzo di Vinicio Capossela “Il paese dei Coppoloni” come una “Relogia rimasta così, come in segno di lutto. Per sottrarsi alla Storia, o per indicare che a quell’ora la civiltà della terra era morta. Ferita dalla terra stessa. Uccisa dal Contributo”.

La magistratura ha aperto varie inchieste per cercare di capire i motivi della fatiscenza degli edifici che dovrebbero essere completi e per indagare su dove effettivamente siano andati a finire tutti i soldi ceduti alle imprese edilizie. Decine di persone e pezzi importanti della classe politica campana sono andati sotto accusa, come gli onorevoli  Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita.
Per quanto riguarda i costi, La Corte dei Conti, nella sua relazione di 8 anni fa, tirando la somma dei vari stanziamenti dalla legge 219 del 1981 alla legge Finanziaria del 2007, è arrivata alla cifra di 4 miliardi.

Una tragedia di una portata a nove zeri che è stata sfruttata fino all’osso come alta fonte di guadagno.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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