Russia e Turchia tra diplomazia di Hollande e ruoli in Siria

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Chi credeva che gli attacchi di Parigi avrebbero monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale per settimane è stato presto disilluso a causa dell’intensa attività diplomatica delle ultime ore, innescata dall’abbattimento di un jet russo da parte di militari turchi nei pressi del confine con la Siria.

L’episodio, che pare aver compromesso, nonostante le rassicurazioni del ministro degli Esteri turco, i rapporti fra Mosca e Ankara, apre una serie di scenari sul fronte internazionale, che coinvolgono anche la NATO e la Siria, nonché, di riflesso, la lotta all’ISIS.

Di certo, Putin non l’ha presa con filosofia, e, tramite il capo del ministero della Difesa, ha annunciato ripercussioni tragiche all’accaduto, dichiarandosi «pronto a distruggere qualsiasi bersaglio aereo che rappresenti una potenziale minaccia» per gli aerei russi.

Tali dichiarazioni potrebbero anche ascriversi al novero delle schermaglie verbali, ma di certo il clima non è disteso, nonostante le condoglianze del ministro degli Esteri turco, che ha comunque rivendicato il diritto del suo Stato a sventare ogni potenziale minaccia al proprio territorio, anche se dovesse prendere le sembianze di un jet russo diretto a bombardare le postazioni dell’ISIS in Siria.

Stando così le cose, si osserva che una possibile escalation di tensioni fra i due stati rimane poco probabile, anche e soprattutto per via del comune (e più urgente) nemico da contrastare, lo Stato Islamico e il suo braccio armato, i terroristi.

Più che altro, sarebbe da capire quanto comune sia un simile nemico, visto che dalla Russia giungono accuse molto gravi nei confronti di alcuni dirigenti turchi, che, a detta del premier Medvedev, «possiedono interessi finanziari diretti nella fornitura di prodotti petroliferi realizzati dagli impianti dell’ISIS».

Tale eventualità, ancora tutta da chiarire, se confermata, avrebbe tuttavia pesanti ripercussioni nei rapporti della Turchia con l’intera comunità internazionale impegnata nella lotta al terrorismo, che rimane l’unica vera minaccia concreta e attuale.

In tale contesto, si inseriscono le attività diplomatiche del presidente francese François Hollande, il quale, dopo aver esortato l’Unione Europa a costituire un fronte comune contro l’ISIS, è volato a Washington, dove il 24 novembre ha incontrato Barack Obama, con l’obiettivo dichiarato di convincere l’alleato americano a unirsi alla Russia – e all’Europa unita – per costituire un coordinamento internazionale volto a colpire le roccaforti dell’ISIS in Siria e Iraq.

L’incontro si è svolto dopo che Hollande aveva già ottenuto l’appoggio del premier inglese David Cameron, e, soprattutto, dello stesso Putin, che nei giorni scorsi ha esortato lo stato maggiore russo a lavorare con i francesi – membri della NATO – come fossero degli alleati, e che incontra proprio oggi al Cremlino.

Da qui a ipotizzare un reale fronte comune al terrorismo, però, ce ne passa, e il motivo è quello di sempre, ossia la diversità degli obiettivi russi e americani in Siria, laddove i primi si schierano con il presidente Bashar al-Assad, mentre i secondi preferiscono armare i ribelli verso il potere costituito, nell’ottica di costruire adesso quella che sarà la futura leadership, in un stato libero dalla minaccia integralista.

La strategia russa, nel breve periodo, è probabilmente quella più indicata per un’azione veramente efficace contro il terrorismo, perché conta su uno Stato sovrano e armato. D’altro canto, però, i rapporti fra la Russia e gli Stati Uniti rimangono tutt’altro che idilliaci, perché ci sono ancora troppe situazioni irrisolte, come la crisi ucraina – per la quale i russi ancora pagano le sanzioni imposte dall’UE – che hanno avuto l’effetto di minare la fiducia della comunità internazionale nei confronti di Putin.

Per sapere cosa succederà da qui a pochi giorni, è necessario risolvere la questione principale, domandandosi se prevarrà la linea di Hollande, che dall’indomani degli attacchi di Parigi sta mettendo il mondo in guardia sull’urgenza di contrastare la minaccia estremista unendo le forze contro un nemico comune, o quella di Obama e degli Stati Uniti, forse ancora troppo concentrati su sé stessi e sulla loro politica per seppellire l’ascia di guerra e considerare la Russia come un serio interlocutore se non un potenziale alleato nell’ottica di rendere il mondo più sicuro, anche contro altre, eventuali, future guerre fredde.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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