Dabiq Magazine: la propaganda jihadista nel III millennio

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Dabiq

Da quando il n.4 ha pubblicato il fotomontaggio in cui la bandiera nera del Califfato sventola su Piazza San Pietro, Dabiq Magazine è diventato, per l’Occidente, uno dei simboli della propaganda dell’ISIS: l’ormai celebre organo di stampa del Califfato grazie al formato on line raggiunge facilmente i suoi lettori ovunque nel mondo, in Siria come in Nigeria, Bangladesh, Stati Uniti, Francia, Italia

Dabiq contiene tante cose: articoli di geopolitica, citazioni del Corano, reportage di guerra, interviste a personaggi noti e meno noti della galassia ISIS, polemiche e dispute teologiche contro le fazioni estremiste rivali (Al Qaeda è il bersaglio preferito, con il suo leader Zawahiri spesso descritto come un povero vecchio con le idee confuse, alla testa di un “branco di pecore cieche”).

Tutto è confezionato con un’elevata qualità grafica: dalla copertina all’ultima pagina sembra di sfogliare Newsweek, Time, insomma una qualsiasi prestigiosa rivista occidentale. Immagini perfette, mai sgranate, con impaginazione e colori studiati e bilanciati, inducono a ritenere che ci abbiano lavorato su dei professionisti. La lingua della rivista, ideale per fare il maggior numero di proseliti ai quattro angoli del globo, è un inglese semplice, diretto, fluente, spesso corredato da evocativi termini arabi, perlopiù mutuati dal Corano, usati per apostrofare i nemici ed arricchire di erudite citazioni teologiche gli articoli polemici contro i concorrenti del Califfo. Ad esempio, non ci si riferisce all’Occidente semplicemente come al “west”, ma al “kāfir west”, l’”Occidente miscredente”; nel n.11, la Turchia viene invece bollata come “tāghūt“, idolatra. È anche questa la sfida di Dabiq: mettere nero su bianco ed esaltare la contrapposizione tra i valori di Dāesh e le falsità di “crociati” e “miscredenti”. Gli emarginati, i reietti, i discriminati per etnia o condizione sociale, che sono i più sensibili alla propaganda, prigionieri delle banlieu e delle ipocrisie occidentali, sapranno così che un’alternativa al loro isolamento esiste: non è un caso che sempre il n.11 a tutta pagina celebri la “Walā Wal Barā”, la fratellanza musulmana, “contro il razzismo americano”, proponendo l’immagine di un jihadista con tratti estremorientali che abbraccia felice un mediorientale.

La supremazia del Califfato è posta come innegabile: la rubrica “In the words of the enemy” pubblica articoli di occidentali e musulmani moderati che propongono di accettare il fatto compiuto della vittoria dell’ISIS, mentre “Shift Paradigm”, tenuta da John Cantlie, un giornalista inglese prigioniero dell’ISIS dal 2012, si rivolge direttamente ai “crociati”, per convincerli a desistere dalla loro vana lotta.

C’è anche uno spazio dedicato alle donne, graficamente sereno e distensivo, che le esorta ad occuparsi della casa e dell’educazione coranica dei figli, mentre i mariti sono al fronte.

Non si trovano immagini particolarmente cruente, in Dabiq. La propaganda, da questo punto di vista, sceglie un profilo soft e le immagini di morti, perlopiù nemici, contenute nei resoconti delle operazioni militari, non sono più crude di quelle che mostrano i nostri telegiornali. Il n.12 non specula più di tanto neanche sugli attentati di Parigi, cui sono dedicati l’editoriale e qualche foto. Al lettore che vuole di più viene in soccorso la “pubblicità”: diverse pagine interne annunciano che i migliori video dei combattimenti e delle esecuzioni dei prigionieri si trovano solo su Al Hayat, il network dell’ISIS. Proprio come in una parodia di un commercial occidentale, inoltre, nella penultima pagina del n.11 sono “messi in vendita”, “per un periodo limitato” e contattando il numero riportato, un prigioniero norvegese e uno cinese; nessuno tra i “crociati”, però, deve aver chiamato, perché il n.12 mostra, con lo stesso stile, le foto dei loro cadaveri in dissolvenza, con sopra, a mo’ di timbro e a caratteri cubitali, la scritta “EXECUTED“.

Ludovico Maremonti

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