Poletti sulla laurea: “meglio 97 a 21 anni”. E le competenze?

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Poletti, ministro del lavoro in Italia, non ha le idee confuse sul percorso universitario degli studenti italiani: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 […] Noi in Italia abbiamo in testa il voto, che non serve a niente».

«Non serve a un fico», dunque, ritardare il conseguimento della laurea per accaparrarsi la votazione massima, è preferibile accontentarsi di ogni risultato e terminare il percorso accademico in fretta e furia, così da scaraventarsi a ventuno anni o giù di lì nel mondo del lavoro. Il ministro Poletti, difatti, contesta ai laureati italiani “l’età avanzata”, fattore che li renderebbe poco competitivi nei riguardi dei rivali provenienti da altre nazioni. La citata convinzione ha indignato molti studenti, che sul web hanno manifestato tutta la contrarietà a un’accusa dall’aspetto superficiale.

Ad essere curioso, in tema di tempistiche, è il mancato accenno alle competenze e, più in generale, al sistema universitario italiano.

Affinché uno studente concluda nell’arco di tempo canonico il percorso di studi universitario è necessario che strizzi una mole considerevole di studio, e dunque di future competenze, in un periodo brevissimo; lo studente in questione sarà dunque chiamato ad approssimare oppure a memorizzare pagine e pagine. Nella maggior parte dei casi, poco o nulla di quanto a fatica immagazzinato sarà stato realmente appreso, con la conseguenza che a distanza di qualche mese il voto sarà in realtà l’unico ricordo rimasto di ogni singola materia.
Allo studente in corso italiano, amico fidato di manuali e saggi, non è concesso assimilare la disciplina studiata, poiché le sue uniche preoccupazioni sono dovute essere il numero di pagine da affrontare in relazione al poco tempo a disposizione, tempo interamente scandito da sessioni e date di esame.
A questo futuro lavoratore Poletti dice che «se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più si butta via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto», ma se quel tempo fosse stato impiegato per concedersi il lusso di acquisire competenze, potrebbe davvero essere etichettato come “buttato”?
L’invito del ministro, per quanto carico di buone intenzioni, sembra dare il via libera a preparazioni impreparate: dopotutto se, a dire di Poletti, non c’è tempo per fossilizzarsi sul voto perché il mercato del lavoro incalza – «I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo» –, non c’è neanche tempo per fossilizzarsi su approfondimenti, note e dubbi.

Il presunto culto del voto, inoltre, è stato qui in Italia alimentato dallo stesso sistema scolastico. Sin dalla tenerà età, i piccoli studenti sono chiamati a confrontarsi con una valutazione, che in numeri o lettere esprime un giudizio sulle conoscenze apprese, abituandoli all’idea che il valore del proprio sapere debba essere espresso da una cifra o da una parola. Andando avanti nel percorso di studi, la metodologia non cambia: la preparazione viene tradotta in numero e quel numero si erge a sintesi delle competenze di ognuno.
Guardando all’ambito lavorativo, la situazione non è molto diversa: in sede di concorsi pubblici per lungo tempo ha avuto grossa valenza il voto di laurea, al punto tale che il citato 97 avrebbe impedito a moltisissimi laureati di prendere parte a dei concorsi.
Pur aggirando la “soglia di sbarramento”, il laureato che intenda integrarsi nel mondo lavorativo è chiamato a confrontarsi con altri laureati: è necessario essere competitivi in tanti aspetti – età, esperienze, titoli, competenze.

È possibile che la mancata esperienza del ministro Poletti in ambito universitario non gli abbia permesso di svolgere un’analisi che prendesse in esame tutte le cause di una laurea conseguita oltre il periodo canonico – la necessità di acquisire competenze sopracitata, la possibilità mai troppo fantasiosa di date coincidenti di esami diversi, il dover conciliare lo studio con il lavoro, l’eventualità di non superarlo affatto, un esame. Situazioni, queste, che a ben vedere influenzano maggiormente l’andamento del percorso universitario rispetto all’ambizione di ottenere il fantomatico «mezzo voto in più».

Anziché criticare la presunta aspirazione del laureando, andrebbe probabilmente rivisto il sistema universitario stesso, al fine di favorire realmente la crescita accademica e professionale dello studente, e le modalità di inserimento nel mondo del lavoro, quest’ultimo sempre più instabile, evanescente e tortuoso o, se si preferisce, flessibile.

La riflessione del ministro Poletti, tuttavia, non è del tutto contestabile – affacciarsi all’ambito professionale a ventotto anni non è la prospettiva ideale –, ad essere discutibile è piuttosto la motivazione addotta, che nella sua semplicità addossa ad una sterile ambizione dello studente la piena responsabilità della faccenda, di fatto scrollata dalle spalle del sistema, sia universitario che lavorativo, ambedue, in realtà, principali artefici del difficile inserimento dei laureati italiani nel mondo professionale sia internazionale, che nazionale.

Rosa Ciglio

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