Molenbeek: la base europea dell’Isis non è poi così male

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Molenbeek

A più di una settimana dall’attentato in Mali del 20 novembre e a due da quello di Parigi, l’allerta terrorismo in Europa non è prossima a cessare.
È di ieri mattina la notizia di un nuovo attentato nella sede Onu maliana di Kidal, colpita da quattro razzi. Si contano per il momento tre vittime tra i caschi blu e i mandanti sono ancora ignoti. In occidente, invece, il clima maggiormente teso si registra da settimane in Belgio e in particolare a Bruxelles, dove nella notte tra il 20 e il 21 lo stato d’allerta è stato innalzato al suo livello massimo, il quarto, segno di un attacco percepito come imminente.
Bruxelles ha attirato su di sé in questi giorni le attenzioni e le preoccupazioni dell’opinione pubblica europea, conseguenza di legami documentati tra cellule jihadiste qui risedienti e gli attentati di Parigi (il fuggitivo Salah è belga), e dal susseguirsi di arresti che a detta della polizia locale stanno sventando più di un piano terroristico. Dal 20 al 26 qui la vita si è bloccata, scuole chiuse, servizi ridotti al minimo, una paralisi terrorizzante per i suoi abitanti.

In particolare nell’occhio del ciclone è finito Molenbeek, quartiere ad alta concentrazione musulmana, sede a quanto pare della “base” Is europea maggiormente operativa.

Molenbeek degradata, Molenbeek preclusa agli occidentali, Molenbeek come il Bronx. I media di mezzo mondo si sono adoperati nella descrizione di una realtà inesistente. Il gusto è soggettivo, gli indici della qualità della vita meno, e, come viene ben descritto nell’articolo di politico.euMolenbeek non è affatto il Bronx, è anzi una zona “carina” di Bruxelles; a tale riguardo è possibile cercare e trovare on line qualche foto del quartiere (come quella al di sopra di questo articolo), magari precedente al 13 novembre, o consultare qualche recensione di Hotel a Molenbeek su TripAdvisor.
La paura deforma la visione che abbiamo del mondo esterno, e lo fa di punto in bianco, prepotentemente. Tutto ciò che è accaduto prima di un attentato di colpo svanisce, l’attentato è un anno zero. Eppure come è stato (a volte banalmente) sottolineato in più di un’analisi degli sconcertanti avvenimenti degli ultimi giorni questa è una “guerra” che viene da lontano, e i nostri “avversari” nel passato ci sguazzano, lo utilizzano per reclutare. Ma gli stessi attentati, come mostra nitidamente l’articolo sopracitato, godono di una compartecipazione occidentale che è prima di tutto noncuranza locale, aggravata da pessime politiche internazionali.

Il Belgio è un paese per certi versi molto simile all’Italia: corruzione diffusa e un decentramento amministrativo atto più a facilitarla che a contrastarla. Come abbiamo visto tutte le misure anti-terrorismo, prese in primo luogo dalla Francia di Hollande e poi anche da altri paesi potenzialmente a rischio come il nostro, prevedono un grande, straordinario, accentramento di risorse e uomini. E se un tale accentramento è vigente in Belgio per quanto riguarda ad esempio la sanità pubblica, lo stesso non si può dire per l’intelligence locale, che conta centinaia di edifici sparsi per il paese. I sei giorni di paralisi di Bruxelles sono stati insomma una risposta dettata dall’impossibilità di agire diversamente.
Ma il terrorismo sfrutta anche i nostri errori passati di politica estera, e il sentimento anti-crociati che anima la manodopera di questa fabbrica dell’orrore rischia di acuirsi se non termineranno il prima possibile le perquisizioni e i sequestri a danno dei cittadini europei di religione musulmana. Negazioni di diritti essenziali ancora più deplorevoli e sconsigliabili quando colpiscono centri di aggregazione e formazione come le moschee.
La psicosi collettiva che qui in Italia ha portato a circa 70 segnalazioni, poi rivelatesi inutili, in Germania e in Belgio sta causando numerose violazioni di moschee, le quali consegnano alle forze di polizia locali più pacchi di farina che di esplosivo.

Tutto ciò nel momento in cui episodi come la strage in Mali, con la liberazione degli ostaggi che sapevano recitare a memoria versetti del Corano (solo ora, dopo che il 90% delle vittime degli attentatori è sempre stato islamico), dovrebbe lanciarci un chiaro messaggio riguardo alla fase due del piano jihadista, più mediatica che mai, e volta al radicamento del sospetto e del pregiudizio.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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