Colombia: sì alle adozioni per le coppie omosessuali

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Mercoledì 4 novembre la Corte Costituzionale della Colombia ha deciso che le adozioni di minori da parte di coppie omosessuali, quando rispettano l’interesse del minore, sono legittime.

La storica decisione è l’ultima di una serie di pronunce che, dal 2011, hanno affrontato con coraggio e innovazione interpretativa il tema dei diritti degli omosessuali e della parità con gli etero. La Corte colombiana ha prima sancito l’eguale diritto, tra coppie gay ed etero, di formare un nucleo familiare; quindi, dal 2014, ha progressivamente aperto alle adozioni per le coppie omosessuali, peraltro con una velocità impressionante, se confrontata con i tempi biblici delle giustizie costituzionali di Paesi occidentali ben più celebrati. Nello scorso febbraio, la Corte aveva infatti già ammesso la possibilità, per il partner omosessuale, di ottenere l’adozione di un minore, ma solo se si fosse trattato del figlio naturale del compagno, stante il consenso di questo. La sentenza del 4 novembre, invece, ha eliminato ogni interpretazione restrittiva del diritto: il dispositivo mette al centro l’interesse del minore, asserendo che non esistono motivi di dubitare che l’adozione da parte di una coppia omosessuale lo colpisca negativamente, né dal punto di vista fisico, né mentale, non condizionandone lo sviluppo complessivo. In primo piano è stato dunque posto il diritto del minore a crescere in una famiglia sana e non l’identità sessuale degli ipotetici genitori adottivi: in sé, la questione sul diritto delle coppie gay ad adottare, nell’argomentazione dei giudici, è stata considerata un dato di fatto. La stessa Corte ha infatti esplicitamente affermato che è inutile voler restare ciechi di fronte ad un’incontrovertibile realtà.

L’episodio conferma che la Colombia, oggi, ha fame di diritto e di diritti. La sanguinosa guerra civile tra il governo, le FARC e l’ELN si è attenuata, grazie all’impegno per il dialogo delle forze politiche, ma soprattutto della società civile. Le ultime elezioni amministrative, in ottobre, si sono tenute in un clima più disteso, con “sole” 12 vittime in un attentato ai seggi compiuto dall’ELN. Il Paese cerca di liberarsi delle sue tradizionali etichette, guerriglia e narcotraffico, in nome di un nuovo sviluppo economico e sociale, sotto lo storico ombrello USA. Con l’ormai progressivo tramonto del chavismo, tradizionale avversario di Bogotá, scosso dalle sanzioni di Washington e dagli scandali, la Colombia si propone come uno dei nuovi leader della regione latinoamericana: intende presentarsi, assecondata dai compiaciuti Stati Uniti, come la dimostrazione che è possibile conseguire importanti conquiste sociali grazie al trionfo del modello democratico liberale occidentale, piuttosto che con le malferme alternative bolivariane promosse dagli scomodi vicini Venezuela, Bolivia ed Ecuador. Passaggi epocali come la sentenza del 4 novembre, insieme alle recenti iniziative per l’integrazione femminile nel mondo politico e del lavoro, ne sono la testimonianza.

Nell’ottica di promuovere una nuova e moderna Colombia, sembrano così a prima vista inoffensive le proteste della destra, che propone un referendum per ribadire che la famiglia è solo quella formata da uomo e donna, e della Chiesa cattolica ed evangelica, ecumenicamente compatte nell’affermare l’incostituzionalità della decisione della Corte costituzionale. Non sembra però che la pretesa tutela della famiglia tradizionale e della sacralità del matrimonio possa scalfire, in un Paese pur profondamente cattolico, il valore sociale della conquista ottenuta. Tanto più che, è bene sottolinearlo, il ricorso alla base della sentenza è stato presentato da un docente universitario né gay, né attivista pro gay, ma solo esponente di una società che chiede concordia e più diritti civili, davvero uguali per tutti.

Ludovico Maremonti

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