Tom Sawyer e gli altri: le avventure di Mark Twain

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Mark Twain

Quando pensiamo alle storie d’avventura per ragazzi ci vengono subito in mente tre titoli: Peter Pan di James Barrie, Pinocchio di Carlo Collodi e Tom Sawyer di Mark Twain

Mark Twain è lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens nato il 30 novembre 1835 nel Missouri. Dopo la morte del padre, la famiglia si trasferì nella città fluviale di Hannibal, sul Mississipi, che sarà d’ispirazione per la fittizia città di St. Petersburg, in cui saranno ambientate le avventure dei protagonisti dei suoi due romanzi più famosi: Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn.

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Statua di Tom Sawyer e Huck Finn

Tutta la letteratura americana deriva da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn. Tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima. Non c’era stato niente di così buono in precedenza.

– Ernest Hemingway

Nonostante Hemingway preferisse Huckleberry, il romanzo più famoso divenne senza dubbio Tom Sawyer, tutt’oggi amato moltissimo, nonostante lo scrittore ai tempi della pubblicazione fu massacrato dalla critica — soprattutto per le apparenti posizioni razziste ritrovate nell’uso di parole come negro —. Twain si discolpò dalle accuse affermando che, nei suoi libri, egli aveva riportato semplicemente e fedelmente il linguaggio della società americana.

Io non ho pregiudizi di razza, di casta o di religione. Tutto quel che m’importa sapere di un uomo è che sia un essere umano: questo mi basta… non potrebbe essere niente di peggio.

Al suo editore manderà questo appunto:

Hanno espulso Huck dalla loro biblioteca come spazzatura buona per la periferia. Questo ci farà vendere 25.000 copie, di sicuro.

Nel 1859, dopo un viaggio a bordo di un battello a vapore, s’interessò alla professione di pilota e prese il brevetto. Da questo lavoro prese lo pseudonimo di Mark Twain che  nel gergo fluviale segnalava la profondità del fiume (rispettivamente “Marca” e “Due” – “segna due”).  Si oppose all’imperialismo americano facendo parte di una Lega composta, fra gli altri, da personalità come Henry James, Edgar Lee Masters e John Dewey.

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Lo schiavismo di cui fece osservazione diretta durante la sua infazia nel Missouri (che ai tempi era uno stato schiavista), la vita quotidiana sulle rive del Mississipi e l’infanzia come periodo incontaminato sono i temi principali delle sue opere. I suoi due romanzi, infatti, sono pieni di riferimenti autobiografici dell’autore, come ci viene detto nella prefazione di Tom Sawyer:

La gran parte delle avventure riportate in questo libro sono accadute realmente. Un paio sono esperienze personali, le altre di quei ragazzi che erano a scuola con me. Huck Finn è preso dal vero, e così Tom Sawyer. Tom, però, non nasce da una persona sola: per lui ho messo insieme il carattere di tre ragazzi che conoscevo, il risultato è quindi un’architettura d’ordine composito. Le singolari superstizioni di cui parlo erano molto comuni tra i ragazzi e gli schiavi dell’Ovest ai tempi di questa storia, ossia trenta o quaranta anni fa.

Non ci meravigliamo se questo libro viene letto ancora oggi: esso è un meraviglioso ritorno all’infanzia, a quell’idillio perduto o spesso dimenticato (Un po’ come Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry e Il barone rampante di Italo Calvino).

Tom e i suoi amici sono adorabili e il fascino di questi personaggi sta nel rifiuto di una società fatta di regole e impegni, al fine di esplorare un mondo selvaggio  — la famosa foresta di Sherwood — fatto di banditi, pirati e di un misterioso Indiano. E’ un realismo ingenuo che appartiene solo al mondo dei bambini e che leggendone ci fa tornare indietro in un tempo fatto di giochi in cortile e di nascondigli segreti. Rimane immortale la scena dello steccato, in cui Tom, costretto dalla severa zia Polly a pitturare quello di bianco, si fa gioco dei suoi amici e ci dà un ritratto perfetto della vivacità del suo personaggio:

«Ciao, vecchio; devi sgobbare, eh?»
«Ah, sei tu, Ben! Non me n’ero accorto.»
«Di’, io vado a fare il bagno. Non ci verresti anche tu? Ma certo, tu preferisci lavorare, no? Si capisce! Oh, su, dai, non vorrai farmi credere che ti piace!»
Il pennello continuava ad andare avanti e indietro.
«Se mi piace? Be’, non vedo perché non dovrebbe piacermi. Non capita tutti i giorni l’occasione d’imbiancare uno steccato.»

Questo mise l’intera faccenda in una luce nuova. Ben cessò di mangiucchiare la sua mela. Tom passò delicatamente il pennello sulle tavole, fece un passo indietro per osservare l’effetto, aggiunse un tocco qui e uno là, studiò nuovamente l’effetto, mentre Ben seguiva ogni sua mossa; il suo interesse cresceva sempre più, di pari passo con l’attrazione che quel lavoro esercitava su di lui.
Finalmente disse:
«Di’, Tom, fa’ imbiancare un pochino pure a me.»
«No, no; non credo che sarebbe opportuno, Ben. Vedi, zia Polly ci tiene moltissimo a questo steccato: proprio qui sulla strada, capisci? Ma se fosse quello dietro mi starebbe bene, e lei non ci baderebbe. Sì, ci tiene moltissimo a questo steccato; bisogna pitturarlo con molta cura; non c’è un ragazzo su mille, forse su duemila, secondo me, capace di farlo come si deve. Io lo farei, ti giuro; ma zia Polly… Guarda, voleva farlo Jim, ma lei non gli ha dato il permesso. Voleva farlo Sid, ma lei non ha voluto. Ecco, vedi in quale situazione mi trovo? Se dovessi farlo tu, e gli capitasse qualcosa…»
«Oh, uffa! Starò attento come te. Ora fammi provare. Senti… Ti do il torsolo della mia mela.»
«Be’, ecco. No, Ben; non posso; non me la sento…»
«Te la do tutta!»

Tom rinunciò al pennello con viso atteggiato a un’espressione riluttante, ma con la solerzia nel cuore. E mentre Ben lavorava e sudava sotto i raggi del sole, l’artista a riposo sedeva lì vicino, all’ombra, su una botte, dondolando le gambe, sgranocchiando la sua mela e progettando la strage di altri innocenti. (…) E quando venne la metà del pomeriggio, Tom si era trasformato in un riccone. Aveva dodici biglie, uno scacciapensieri rotto, un pezzo di vetro di una bottiglia blu (da guardarci il mondo attraverso), una chiave che non apriva nulla, un frammento di gesso, il tappo di vetro di una caraffa, un soldatino di stagno, una coppia di girini, un gattino cieco da un occhio, un collare per cane – senza il cane – il manico di un coltello, e quattro pezzi di buccia d’arancia.
Per tutto quel tempo si era insieme riposato e divertito – non gli mancava la compagnia – e lo steccato aveva ben tre mani di vernice! Se non avesse finito la calce, avrebbe mandato in rovina tutti i ragazzi del paese.

Tom si disse che il mondo non era poi così brutto. Senza saperlo, aveva scoperto una delle grandi leggi che governano le azioni degli uomini, e cioè che per indurre un uomo o un ragazzo a desiderare ardentemente una cosa basta rendere quella cosa difficile da ottenere.

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Maria Pisani

 

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