La punta che vorrei: Nikola Kalinic

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Kalinic
Kalinic

Quando si domanda ad un allenatore cosa cerca da una prima punta, il 90% di essi risponde: “Un giocatore dai piedi buoni, che sappia tenere palla e far salire la squadra e con un grande fiuto del gol”. La Fiorentina pensava di averlo trovato nel 2013, quando acquistò Gomez dal Bayern Monaco, ma gli effetti non furono esattamente quelli sperati e, con la partenza del tedesco, la società viola aveva la necessità di trovare un nuovo numero 9 alla squadra e la scelta è ricaduta su Nikola Kalinic, attaccante del Dnipro. Un nome che solo quelli che vivono di calcio a 360° potevano conoscere, per i suoi trascorsi nelle nazionali giovanili croate, contornate da 31 gol in 42 presenze, tra U-16 e U-21.

Il resto del mondo invece, non conosceva Kalinic. Non sapeva quanti anni avesse o dove avesse giocato prima di arrivare in Italia. I più attenti lo avranno magari notato nella doppia sfida di Europa League contro il Napoli della scorsa stagione, se non erano troppo occupati a seguire esclusivamente Konopljanka. Se avessero guardato con grande attenzione, avrebbero potuto notare quel ragazzone di 186 cm, dall’aria un po’ smunta, che faceva a sportellate con Albiol e Britos per tenere palla e far salire il suo Dnipro.

Ma nessuno lo ha fatto, Kalinic era un nome per pochi, quando la Fiorentina lo ha acquistato, era un 27enne che arrivava da un campionato minore come quello ucraino, non poteva essere ai livelli di Dzeko e Mandzukic e non meritava certamente una presentazione in stile Mario Gomez.

Kalinic però sapeva di non poter fallire, come già fece ai tempi del Blackburn, quando a 21 anni lasciò l’Hajduk per giocarsi le sue carte in Premier. La sua sfida con la Serie A ha il sapore di rivalsa su quelli che lo avevano bollato come bidone, ai tempi in cui calcava il campo di Ewood Park. Il suo esordio con il Milan non è stato da ricordare solamente per il mancato gol, ma fu davvero una grande partita. Kalinic fece ammattire la difesa rossonera, che non sapeva davvero come fermarlo se non con un fallo, cosa che è costata ad Ely l’espulsione per doppio giallo, entrambi beccati alla disperata ricerca di sradicare il pallone da quel ragazzone smunto.

Il primo gol arriva in Europa, nella sconfitta casalinga contro il Basilea, mentre quello in Serie A arriva sempre in casa, contro il Bologna. L’exploit del croato è già arrivato, ma ancora una volta passa inosservato, finché non arriva quel fatidico 27 settembre, perché quel giorno Kalinic segna una tripletta e lo fa a San Siro, contro l’Inter, in una straordinaria vittoria per 1-4 contro una delle migliori difese del campionato ed anche in quella occasione provoca un’espulsione, ai danni di Miranda. Una tripletta di un giocatore viola a San Siro non si vedeva da 17 anni, quando il Milan perse 1-3 per mano di un signore di nome Gabriel Omar Batistuta.

È il primo difensore, il primo a portare pressing (Handanovic lo ricorda bene), a muoversi per la squadra, ad attaccare la profondità, a prendere falli (9 nell’ultimo scontro con il Basilea, con tanto di foto alle ginocchia gonfie a fine partita) e Sousa non può rinunciare a lui. Nella sfida con l’Empoli rimase fuori per via del turnover e la squadra andò sotto 2-0, entrò e raggiunse il pareggio con una doppietta e solo la traversa gli negò la seconda tripletta stagionale.

Nessun paragone scomodo con il Re Leone, ma la Fiorentina non aveva un attaccante così dai tempi di Toni e l’ex Dnipro ha smesso di essere il giovane di belle speranze che fallì in Premier o il ragazzone smunto che nessuno conosce. È l’attaccante che ogni allenatore vorrebbe ed il suo nome è Nikola Kalinic.

Andrea Esposito

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