Perché la tv italiana fa così schifo?

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È tempo di amari bilanci per i dirigenti dei network televisivi italiani. Il nuovo anno è alle porte e i dati Auditel di questo novembre sono impetuosi: una perdita di circa 800.000 telespettatori rispetto al novembre dello scorso anno. I numeri riguardano principalmente i due grandi colossi della diffusione audiovisiva italiana, ovvero Rai e Mediaset, e in termini di ricavi, se il trend dovesse confermarsi, costerebbe al servizio pubblico quasi 50 milioni di euro su base annua. Novembre non è un periodo qualunque, ma il mese centrale del cosiddetto “periodo di garanzia”, quello dei programmi televisivi di punta delle reti, e i catastrofici dati appena registrati assumono dunque credibilità ancor maggiore.

Non risulta inoltre marginale la posizione di chi, tra coloro che continuano a considerarsi dei consumatori, da qualche anno esprimono il proprio disprezzo per la bassa qualità delle trasmissioni sulle reti generaliste, motivo per cui abbiamo provato a riassumere in 4 punti le principali cause del declino della tv italiana, escludendo da tale categoria le pay tv.

1) Non esiste un mercato delle idee.
Aaron Ariotti, sceneggiatore di varie fiction italiane come Centovetrine, I Cesaroni e Il tredicesimo apostolo, denuncia senza peli sulla lingua, in una recente intervista a Vice Italia, la mancanza di un “mercato delle idee” in ambito televisivo italiano. “Non è che io ho un’idea, la do a un produttore e cerco di vendergliela. Qui da noi parte tutto dalle richieste del network, dal produttore che magari ha per le mani Gabriel Garko e gli deve far fare una serie e allora si imbastisce la cosa su misura per l’attore”, dichiara Ariotti.
Come viene ben messo a fuoco dallo sceneggiatore il primo problema della tv italiana è quindi innanzitutto una produzione ritualizzata e insensibile ai recenti cambiamenti nelle dinamiche estere. Quasi tutte le ultime serie tv (soprattuto anglofone) di maggior successo non sono state partorite grazie all’input dei networks, ma bensì dall’idea originale di uno o più autori.

2) Gli investimenti sono calati.
I terribili ascolti di novembre non sono un’eccezione, ma la conferma di un trend negativo che va avanti dal 2001. All’alba del nuovo millennio sia Rai che Mediaset raggiungevano il 23% degli ascolti, mentre oggi si assestano sul 17 e 16%.
Gli investimenti, manco a dirlo, sono andati di pari passo con gli ascolti, e così le reti generaliste italiane si sono ritrovate con budget esigui. Quindi l’avanzata del talk show (politico, sportivo, sentimentale o modaiolo), un format ormai diffusissimo perchè garante di buoni ascolti a bassissimo prezzo (un talk può costare anche la metà di un varietà).
Con l’avvento dei nuovi e numerosi canali digitali in molti avevano sperato in una nuova infusione di idee, dagli effetti benefici anche per le grandi case di produzione. Ma come fece notare l’ex direttore di Canale 5, Italia1, Rai2, Rai4, France2 e France3 Carlo Freccero, i nuovi canali in realtà non producono quasi nulla in proprio, limitandosi ad acquistare produzioni estere “ed è perfettamente inutile avere 20 reti se non smuovono nulla”.

3) Il target è il peggiore possibile.
Nel 2013 le repliche di Don Matteo sono state più seguite di Dottor House, il maggior successo americano in Italia fino a quel momento.
Tra i fan del cinico medico politicamente scorretto e quelli del parroco di Gubbio che aiuta la polizia non passano solamente molti anni di differenza, ma anche diversi consumi culturali e diverse concezioni del prodotto culturale stesso. Il pubblico di Rai1, ad esempio, è in gran parte anziano, come fa notare Enrico Menduini, professore di Culture e Formati della Televisione e della Radio a Roma Tre, secondo il quale una testimonianza di ciò sarebbero gli spot pubblicitari che vi sono inseriti (dentiere, pomate antinfiammatorie, montascale). Se è vero che l’offerta deve corrispondere alla domanda, è anche vero che secondo il pensiero di Popper i dati Auditel ci dicono cosa le persone preferiscono tra il ventaglio delle scelte a disposizione, non in assoluto. Il pubblico può essere “educato” e “costruito”, o “ricostruito” se questo è stato formato malamente in passato.
Un pubblico anziano è ciò che più cozza con l’idea, sempre più vincente altrove, di una tv “social”, all’insegna della transmedialità, progettata per vendere non solo il prodotto televisivo, ma anche ciò che di esso può essere un’estensione (videogiochi, televoti, traffico internet con annesse pubblicità).

4) Censura.
Esiste poi una buona fetta di pubblico che non chiede alla televisione solamente intrattenimento, ma anche e soprattutto informazione. Se i talk show, come già detto, sono prodotti al ribasso cercando di risparmiare su ospiti e servizi a scapito della qualità (e a volte i servizi sono addirittura falsi), anche le trasmissioni, che in teoria dovrebbero offrire un’informazione più imparziale e completa, come i telegiornali, in realtà, hanno subito negli ultimi anni una deviazione sempre più rilevante verso l’intrattenimento o il sensazionalismo e l’attenzione per la celebrazione della “giornata mondiale della gentilezza” del 13 novembre (prima dei drammatici fatti di Parigi) si può considerare un esempio del primo tipo di deriva. Sempre più i cittadini italiani stanno, insomma, prendendo coscienza del basso grado di libertà d’informazione del Paese, individuando nei nuovi media una valida alternativa alla televisione. D’altronde la classifica riguardo la libertà di stampa nel mondo stilata da Reporter senza Frontiere e divulgata a febbraio non lasciava già adito a dubbi di sorta: l’Italia occupa la posizione numero 73.

Valerio Santori

(Twitter: @santo_santori)

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