Diritti dell’uomo: alla Francia non convengono più

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«In caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione», recita parte dell’articolo 15 della “Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali”.

La nazione di Hollande, appellandosi a tale possibilità di deroga, ha comunicato la volontà di sospendere l’adesione alla Convenzione per il periodo di durata dello stato di emergenza – ad oggi, tre mesi. Le motivazioni addotte pongono all’attenzione il pericolo, tangibile e imminente, che la Francia torni ad essere palcoscenico di attentati messi in opera dallo Stato Islamico.
Garantire l’incolumità dei cittadini e dell’intero territorio nazionale rappresenta l’obiettivo primario, e l’unico modo per porre in atto la tutela sembra essere la repressione delle libertà e dei diritti dell’uomo; situazione che tradotta in termini concreti significa perquisizioni, arresti, stati di fermo improvvisi, condanne senza equo processo, intercettazioni, coprifuoco, annullamento di eventi pubblici, divieto di associazionismo e di manifestazioni di protesta – in sostanza, controllo. Tuttavia, l’articolo 15 impone comunque dei limiti alla nazione che intenda avvalersi della deroga: il diritto alla vita, la proibizione della tortura, della schiavitù e dei lavori forzati e l’irretroattività della legge restano in piedi – inderogabili quanto lo è, almeno in apparenza, la società civile.

La Francia dei diritti dell’uomo ha scelto di rispondere al nemico utilizzando quelle che appaiono essere le sue stesse armi: violenza, terrore, sospetto e catene. Ma a sorprendere maggiormente è il fatto che la nazione abbia avuto la possibilità di agire in tal senso: la Convenzione stessa, che nasce per salvaguardare i citati diritti e libertà, cede il passo allo stato di emergenza e alla guerra.
L’articolo 15 – “deroga in caso di stato di urgenza” – va a sospendere la possibilità data ai cittadini di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in caso di violazione della Convenzione, e facendo ciò sospende, di fatto, i diritti dell’uomo stessi, stabilendo che esistono situazioni in cui l’individuo può non essere tutelato.
Impossibile a tale riguardo non sottolineare la dicitura “stato di urgenza”, la quale implica per forza di cose il verificarsi di dinamiche capaci di mandare allo scatafascio una nazione – momenti di forte crisi, di confusione, di paura, destabilizzanti, che idealmente necessiterebbero di tutele maggiori e non di lasciapassare per regimi dal sapore totalitario.
Eppure la Convenzione, che ha l’ambizione di ergersi a tutela dell’uomo, ritiene che in momenti saturi di problematiche qualche “sacrificio” sia tollerabile in nome della salvaguardia della nazione intera.

Non repressione, ma limitazione momentanea delle libertà e dei diritti dell’uomo; non violenza, ma necessario ricorso alle forze dell’ordine; non terrore, ma tutela della vita dei cittadini; non censura, ma giusto controllo dei mezzi di comunicazione.

Da un lato l’abuso del potere di disporre e controllare, dall’altro la sua variante legittima, protetta dallo stato di emergenza; un confine, a ben vedere, così sottile da rischiare la trasparenza e, nei casi peggiori, l’insussistenza.
Quella iniziata come una battaglia contro il terrorismo si trasforma giorno dopo giorno in una battaglia a tutto ciò che la Francia e l’Occidente dovrebbero rappresentare, vale a dire la libertà e lo stato di diritto stesso – tutto ciò che può essere un problema per l’ordine pubblico, finanche protestare in occasione della Conferenza sul Clima, viene proibito e perseguitato, così come perseguitato o perseguibile è ogni individuo su cui pende la presunzione fondata di sospetto.

Il colpo più duro alla società civile, e ai diritti dell’uomo, è probabilmente la deroga all’articolo 6 della Convenzione, il “diritto a un equo processo”, che cita al secondo comma «Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata». Cadendo questa tutela, cade l’intero stato di diritto.
Uno Stato che diviene sovrano, che può disporre del cittadino senza dover sottostare a regole precise, ecco cosa sembra essere nella sostanza lo stato di emergenza e la deroga alla Convenzione. In uno scenario simile, l’individuo, anziché maggiormente tutelato, appare doppiamente esposto a pericoli quali l’assoluta discrezionalità del “potere”, i cui abusi non sono più registrati come tali, ma come necessarie precauzioni per impedire al terrorismo di colpire nuovamente.

«Con lo stato di emergenza sono, in realtà, le libertà di tutti ad essere pericolosamente limitate e minacciate» è la dichiarazione contenuta nella petizione fatta partire nei primi di dicembre da 333 cittadini francesi – tra cui politici e sindacalisti –, preoccupati per il destino dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei prossimi tre mesi, poiché oramai evidente che l’état d’urgence non badi unicamente al terrorismo dello Stato Islamico.

Dopotutto, se il Governo e le forze dell’ordine, in meno di trenta giorni, sono riusciti ad adeguarsi a misure di sicurezza così invasive e repressive, non è assurdo interrogarsi sulla possibilità che la situazione possa degenerare in vero e proprio abuso di potere.
E le altre nazioni d’Europa, della restante Europa egualmente firmataria della Convenzione e pilastro dei diritti e delle libertà, che in apparenza tacciono e acconsentono alla politica anti-terrorismo francese, sono a loro volta pronte a ricorrere a misure tanto “straordinarie” in nome della lotta al terrorismo?

Rosa Ciglio

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