Venezuela, dalle urne una spallata al chavismo

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Elezioni Venezuela
Elezioni Venezuela

Il Presidente Maduro afferma che domenica 6 dicembre, in Venezuela, “hanno trionfato la Costituzione e la democrazia”.

Beate loro. Perché invece lui è riuscito nell’impresa di perdere clamorosamente le prime consultazioni popolari dopo 17 anni di successi della rivoluzione bolivariana. Stando ai risultati pubblicati dal Consejo Nacional Electoral, l’organo costituzionale che controlla le procedure elettorali e ne assicura trasparenza e legalità, le elezioni legislative per il rinnovo dell’Asamblea Nacional di domenica hanno premiato l’opposizione riunita nel MUD –  Mesa de la Unidad Democrática: questa è ormai sicura di aver conseguito 3/5 dei seggi e la maggioranza qualificata del parlamento monocamerale.

Le operazioni di voto, del tutto tranquille, hanno fornito una grande prova di maturità democratica: qualche timore c’era, a causa dell’ormai impossibile gestione dell’ordine pubblico nel Paese (solo a Caracas 47 morti violente nel weekend elettorale) e dei proclami dell’ultim’ora di Maduro, sui possibili scenari successivi ad un’eventuale sconfitta elettorale, non proprio pacati. Invece non solo l’opposizione, ma anche numerosi osservatori internazionali, dagli Stati Uniti alla Colombia al Brasile, hanno riconosciuto “la forma ordinata e pacifica in cui si è svolta la giornata elettorale.

Certo, con gli occhi del mondo puntati addosso e l’ormai insostenibile crisi economica che affligge il Paese, Maduro non poteva che ammettere la sconfitta alle urne. La condivisione democratica della revolución, dedicata a rifondare le basi sociali ed economiche del Paese, è stata sempre un punto fermo dell’ideologia chavista. È andata avanti così per diciassette anni, la rivoluzione, a colpi di consultazioni elettorali e referendum, che non hanno (quasi) mai ceduto il passo ad alcun palese comportamento antidemocratico. Fu la Costituzione del 1999, voluta dallo stesso Chávez, che cambiò il nome al Paese e lo rifondò come Repubblica Bolivariana, ad imporre il valore fondamentale della partecipazione (più o meno incisiva) del popolo alla vita dello Stato, costruendo un nuovo concetto di democrazia, diretta e alternativa al modello liberale occidentale. I corrotti partiti al potere fino al 1998 avevano fallito, il popolo doveva riappropriarsi del suo naturale spazio democratico.

Ecco perché rispettare il verdetto dei cittadini oggi non solo significa rispettare la stessa rivoluzione, ma è anche l’unico modo che Maduro e il Partito Socialista Unito del Venezuela hanno per tentare di recuperare consensi: la morale è che anche la sconfitta elettorale può diventare un passaggio necessario della rivoluzione, migliorandola e depurandola da alcune imperfezioni.

Un regolamento di conti nel Partito sembra necessario: lo agitano troppe rivalità, troppi interessi trasversali. La difficile convivenza tra Maduro ed il potente presidente del parlamento uscente, Diosdado Cabello, è nota ed indebolisce il primo; troppi alti funzionari del PSUV e del Governo, poi, si sono fatti cogliere con le mani in pasta in affari poco chiari, guadagnandosi l’appellativo di robolucionarios (da robo, rapina, e revolucionarios), accumulando ricchezze negli Stati Uniti e facendosele da questi pure congelare, nel quadro di sanzioni applicate nei confronti di Caracas. Gli scandali hanno colpito anche la famiglia del Presidente, sempre più isolato e incapace di risolvere la crisi economica, causata in buona parte dal basso prezzo del petrolio, risorsa su cui si fonda la fragile economia venezuelana.

Con il Parlamento ora in mano all’opposizione, Maduro, che ha ancora 5 anni di mandato davanti, non potrà che percorrere la via del dialogo, del compromesso politico e della condivisione delle scelte, soprattutto economiche. Un’altra Ley Habilitante come quella che un’Asamblea colorata di rosso PSUV gli ha recentemente approvato e che gli ha dato il potere di legiferare per decreto fino a fine 2015, ufficialmente per reagire alle sanzioni imposte dagli USA, la può solo sognare, almeno per un po’.

Il chavismo non è necessariamente morto, anzi: è tornato sulla terra.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 27 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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