Deradicalizzare un movimento estremista è possibile?

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È possibile deradicalizzare un movimento estremista? È possibile, cioè, puntare sul disimpegno dei sostenitori di un movimento violento e caratterizzato da una forte gerarchia interna?

A quanto pare sì. Secondo lo ICSR (Centre for the study of radicalisation and political violence), è possibile un simile processo solo quando alla base vi sia una forte gerarchia. È più facile infatti, puntare sull’abbandono di movimenti estremi da parte di una collettività che da parte di un singolo e, inoltre, sempre secondo la ricerca, è necessario che i leader del movimento siano stati catturati e non uccisi. La ricerca è stata effettuata comparando le organizzazioni estremiste di alcuni paesi arabi e in particolare, si sono studiati i casi dei paesi in cui si mirava al disarmo, demobilitazione e reintegrazione partendo da politiche di incentivi e di rieducazione carceraria attraverso dialogo, reinserimento lavorativo e pubblicazione di libri.

La lotta al terrorismo non dovrebbe contare su interventi a posteriori, ma affondare le sue radici in un sistema di educazione multiculturale, improntato alla tolleranza e alla decostruzione degli stereotipi che consciamente o no, noi europei ci portiamo dietro.  Dovrebbe inoltre puntare ad un uso più sapiente di internet, ad una sorta di educazione alla navigazione. Spesso infatti, i giovani aderiscono a movimenti radicali attraverso la rete come nel caso dell’ISIS. Chiunque può avere accesso ai milioni di contenuti che il movimento jihadista diffonde tramite i canali di comunicazione e non è necessaria una grande conoscenza del Corano, ma solo una superficiale conoscenza delle funzioni di base di Google o Youtube. Tanto basta a far condannare un ragazzino all’ergastolo per terrorismo. L’ergastolano in questione non è mai stato né in Siria né in Iraq, si è messo in contatto con un simpatizzante del movimento jihadista di Melbourne affinché decapitasse un poliziotto durante una parata militare, una sorta di terrorismo virtuale, un jihadismo platonico. La globalizzazione, del resto, è questo che fa: annulla spazi e tempi. Durante l’arco della giornata siamo in grado di girare almeno dieci posti del mondo rimanendo comodamente seduti alle nostre scrivanie. Siamo perfettamente in grado di conoscere, a volte anche contemporaneamente, cosa succede ai due poli opposti della Terra  e sappiamo tutti cosa succede in Siria, in Iraq e nei territori governati dall’ISIS.

Ma cos’è che avvicina tutte queste persone, giovani per lo più, a questo movimento così radicale, estremista, severo e diverso dal nostro mondo di diritti e democrazia, o presunta tale? L’identità. Chi aderisce a questi movimenti, forti, con regole e strutture precise, con ruoli, messaggi e obiettivi definiti, è in cerca di un senso di appartenenza . L’ISIS, non è uguale ai movimenti terroristici che sono nati nel decennio scorso e che si son fatti conoscere attraverso l’attentato al World Trade Center, ha una struttura diversa, è uno Stato. Come tale ha il suo territorio ed è in possesso, proprio al pari degli Stati europei, di risorse finanziarie che gli permette, insieme ovviamente a finanziamenti diretti e indiretti di altri paesi, di diffondere le proprie ideologie, a suo modo.

Il fatto che molti dei “combattenti stranieri” provengano dal vecchio continente ci dovrebbe far riflettere su come invece, i nostri Stati nazionali, stiano perdendo sempre più le proprie caratteristiche di sovranità, popolo e territorio. Il modello di cittadino globale, cosmopolita e poliglotta europeo mal si concilia con le esigenze dei foreign fighters. L’ISIS riesce ad essere attrattivo proprio perché fornisce in un ordine severo e fortemente radicalizzato delle certezze. Stabilisce i ruoli, gli obiettivi da raggiungere e le modalità per farlo contrariamente agli standard dei paesi europei che, in quanto a sicurezza e prospettiva, hanno delle mancanze. Questo non vuol dire giustificare le gerarchie, ma semplicemente analizzare il problema nel complesso. Non può ridursi tutto alla religione, anche perché la maggior parte dei simpatizzanti non aderisce a questi movimenti per una particolare crisi mistica, piuttosto perché si riconosce in una causa.

Quindi, l’interrogativo da porsi è: ha senso continuare ad agire verso l’esterno? Ha senso continuare a bombardare? I jihadisti sono cittadini dei nostri paesi, delle nostre democrazie, del nostro caro Stato di diritto. Se la soluzione non fossero i bombardamenti in Siria ma la cura, la prevenzione e l’educazione culturale a casa nostra? Se invece di riempire le nostre strade di soldati, cominciassimo a guardare le periferie delle nostre città, scopriremmo di poter risolvere il problema a monte, prima che si crei radicalizzazione, prima che migliaia di giovani europei abbraccino ancora la causa islamica.

Sabrina Carnemolla 

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