San Gregorio armeno: la culla del presepe napoletano

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San Gregorio armeno

Nei vicoli antichi di Napoli le mura trasudano tradizione, le loro crepe raccontano storie, aleggia, incorrotto, il profumo del passato, raro e sublime, si aggirano i fantasmi dei personaggi che hanno reso questa città “dalle mille contraddizioni” sfrontata e impudente, spregiudicata e romantica, poliedrica, eppure sempre indenne nella sua bellezza incontaminata. Proprio questa bellezza istrionicamente folgora il passante in alcuni particolari momenti dell’anno, come quando, in occasione del Natale, nel cuore del centro storico, le botteghe di San Gregorio armeno si popolano di statuette che catturano la storia: dai personaggi tradizionali della Natività fino ai politici, ai cantanti, ai calciatori, alle figure che hanno ottenuto maggior clamore durante l’anno.

San Gregorio armeno

Il quartiere che collega via San Biagio dei Librai a piazza Gaetano vanta una tradizione secolare, per quanto riguarda la produzione di presepi e statuette. L’origine di questa usanza risale al tempo dei Greci: secondo un’antica leggenda, infatti, proprio in prossimità della Chiesa di San Gregorio armeno prima sorgeva il tempio di Cerere dove i cittadini ex voto consacravano alla dea piccole statuine per onorarne il culto. La medesima leggenda narra che Sant’Elena imperatrice, madre dell’imperatore Costantino, proprio in questo luogo fondò il suo monastero dove, in seguito, le monache basiliane, seguaci di Santa Patrizia, si stabilirono per conservare le reliquie dell’omonimo santo e proprio a partire da quel momento via San Gregorio armeno fu ribattezzata così. La stessa chiesa è fulcro di devozione dei napoletani per Santa Patrizia. Si racconta, infatti, che la santa morì nel convento basiliano e che il sepolcro presso il quale era sepolta diffondesse manna.

San Gregorio armeno

La strada, battezzata anche come via di San Gennaro a Diaconia, via San Ligorio o San Liguoro per influenza del dialetto popolare, era designata anche come platea Nostriana, poiché nel V secolo il vescovo Nostriano costruì il primo ospedale per i poveri. Oltre alla chiesa che reca lo stesso nome del santo a cui è dedicata la strada sorgono anche la chiesa di San Gennaro all’Olmo, il Palazzo della Domus Juanuaria (la casa di San Gennaro che avrebbe dato i natali al santo patrono della città napoletana) e il palazzo settecentesco del Banco del Popolo.

San Gregorio armeno

Tuttavia San Gregorio armeno è divenuta la culla del presepe soltanto a partire dal ‘700, quando il re Carlo III di Borbone comminò al suo consigliere Padre Rocco di diffondere questa usanza a tutto il popolo napoletano e di spronare gli artigiani a realizzare sempre di più non soltanto statue a grandezza naturale, ma anche in miniatura. Ed è proprio in questo contesto che il presepe cambia volto. Il termine napoletano, in origine “o’ Presebbio” deriva dal latino praesepium e riporta il significato di “mangiatoia”, proprio alludendo alla semplicità con cui esso era realizzato, essendo composto solo dalle figure della Natività. Con l’avvento del barocco si aggiungono numerosi personaggi: venditori ambulanti, meretrici, pescatori, macellai. Il carattere sacrale iniziale viene completamente scardinato e subentra quello profano, che conferisce “una dimensione scenica, la rappresentazione di una pluralità di situazioni umane e di personaggi che esemplificano la vita in tutta la sua varietà”, come afferma Giuseppe Betori. Attualmente, infatti, il presepe non assurge semplicemente al ruolo di simbolo religioso, ma, al contrario, esso identifica, tesse le trame, dipinge con velata e magistrale ironia la realtà odierna con tutte le sue contraddizioni, dalla politica al mondo della musica, esibendo sempre il suo carattere spiccatamente napoletano. Johann Wolfang Goethe, nel suo “Viaggio in Italia” scriveva:

« Ecco il momento di accennare ad un altro svago che è caratteristico dei napoletani, il Presepe […] Si costruisce un leggero palchetto a forma di capanna, tutto adorno di alberi e di alberelli sempre verdi; e lì ci si mette la Madonna, il Bambino Gesù e tutti i personaggi, compresi quelli che si librano in aria, sontuosamente vestiti per la festa […]. Ma ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni. »

A differenza di Tommasino che nella commedia eduardiana “Natale in casa Cupiello” alla domanda “Te piace ‘o presepio?” rispondeva che preferiva “a zuppa ‘e latte”, noi rispondiamo “Sì, a nuje ce piace o presepio”. 

Clara Letizia Riccio

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