Cuffaro è un uomo libero

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Salvatore Cuffaro si alzerà scoprendo di poter uscire dalla camera in cui dorme, di poter passeggiare per le strade della sua città da uomo libero.

Per 4 anni e 11 mesi non lo è stato. Qualcuno dirà che sono troppi pochi per un presidente della Regione che ha favorito Cosa Nostra; qualcun altro ha già detto che sono stati troppi per un uomo innocente delle gravi accuse che la procura gli ha mosso e sigillate da una sentenza della Cassazione. Qualunque sia la verità, l’ex Presidente della Regione ha pagato il suo debito, e sotto più profili. La sua brillante carriera politica (due volte presidente della regione Sicilia; una volta senatore) è stata distrutta dall’esperienza carceraria; la sua dignità è stata affossata dai titoli dei giornali; la sua vita personale è stata controllata quotidianamente da degli estranei per 5 anni. La condanna ne prevedeva sette, ma tra indulti e buona condotta due sono evaporati. Non si parli di favoritismi: la buona condotta c’è stata e sarebbe stato difficile non prevederla. Totò Cuffaro ha studiato, ha sostenuto brillantemente degli esami alla facoltà di giurisprudenza (in uno di questi ha avuto come “avversario” il temibile prof. Diliberto, ex-segretario del Pdci e luminare del diritto romano. Non sappiamo cosa si siano detti, se abbiano provato imbarazzo a ritrovarsi da politici in pensione l’uno davanti all’altro in un carcere palermitano, sappiamo però che il detenuto illustre ha ottenuto un 30), ha scritto due libri sulla sua esperienza nelle patrie galere, un luogo in cui, come ha detto egli stesso, si muore e si risorge ogni giorno. Lui è risorto, con fatica.

La lunga vicenda che lo ha portato da Palazzo d’Orleans alla casa circondariale ha avuto inizio il 25 Giugno 2003. Lo raggiunge un avviso di garanzia: è iscritto nel registro degli indagati, sospettato di concorso esterno in associazione mafiosa (ossia di non aver fatto parte del sodalizio criminale, ma di aver comunque offerto un aiuto determinante per la sopravvivenza o per il mantenimento di uno status qualitativo dello stesso), di favoreggiamento aggravato e di aver diffuso notizie coperte da segreto istruttorio con il supporto di alcuni carabinieri. Avrebbe passato informazioni al boss Guttaduro mediante il suo assessore regionale Miceli (che finisce in manette). Si dichiara innocente, ma viene rinviato a giudizio mentre alcuni accusati confessano e diventano accusatori del Presidente. Che non molla, ed anzi viene rieletto nel 2006. Nel 2008 arriva la sentenza di primo grado: 5 anni di reclusione, ma per favoreggiamento semplice. “Non mi dimetto” annuncia battagliero. Non si dimette, ed anzi sembrerebbe festeggiare la mite sentenza con dei cannoli alla ricotta; si difende anche da simili accuse, ma scoppia il caso dei cannoli del Presidente.  Le opposizioni ne chiedono le dimissioni, presentano una mozione di sfiducia, ma nulla sembra poter farlo scomparire dalla scena. Invece, due mesi dopo la sentenza chiude la sua stagione da presidente della Regione, durata quasi sette anni. Due mesi dopo è eletto senatore nelle file dell’UDC. Sentenza di appello: gli anni di reclusione diventano sette e viene riconosciuta l’aggravante di favoreggiamento mafioso. Aveva festeggiato lo scampato pericolo troppo presto (se stava effettivamente festeggiando). Nel 2011 la Cassazione conferma la sentenza e lui si costituisce, evita l’umiliazione di essere prelevato dagli agenti di polizia a casa e di dover salire sul cellulare davanti a telecamere e giornalisti. Lode al merito: al contrario di certi soggetti che, godendo della immunità parlamentare, sono fuggiti prima che le manette potessero circondare i loro polsi (noto il caso Craxi).

4 anni e 11 mesi a Rebibbia. Secondo quei pochi che sono andati a trovarlo in carcere (da uomo libero di amici ne aveva tanti, da carcerato solo qualcuno) ha sofferto molto, sia psicologicamente che fisicamente. Ha perso peso ma non ha perso quella fede che è sempre stata per lui motivo di vanto (rendeva omaggio alla Madonna a seguito di ogni elezione e ha atteso il responso della Cassazione in una chiesa). Qualunque sia stata la verità, sembra essere un uomo nuovo. Ma quale futuro lo attende? È stato radiato dall’ordine dei medici, il suo futuro politico è inesistente. Ha annunciato di voler andare in Burundi ad aiutare la popolazione sofferente, incurante dei rischi di addormentarsi in un letto di paglia e non svegliarsi più. Difficile che riesca in questo suo ambizioso progetto, ma chissà che non sia davvero intenzionato a spendere il restante della sua vita ad aiutare il prossimo che va amato come se stessi. È inevitabile augurarsi che sia davvero così. Prima però dovrà pagare centocinquantamila euro per danni all’immagine della Regione Sicilia. Sia detto che sembra che la dignità dell’isola, in termini economici, valga bel poco.

Va’, Salvatore, e non peccare più.

Vincenzo Laudani

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