Umberto Saba, il poeta scisso del Canzoniere

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Umberto Saba come Chagall
Umberto Saba come Chagall

La letteratura novecentesca è una realtà frammentata, che arranca e cerca disperatamente sicurezze in una realtà storica ostile.

Le avanguardie, il progresso, la società meccanicistica e materialistica sono una culla troppo scomoda per il poeta, che Charles Baudelaire nella seconda metà dell’Ottocento aveva già classificato come un albatro, un uccello marino che sulla terra dà l’impressione di essere fin troppo goffo, non adatto per quell’ambiente. Il suo posto è il cielo, sconfinato e irraggiungibile, dove può dar sfogo alla sua anima artistica.

La corsa al progresso danneggia l’interiorità, mette in crisi la posizione dell’uomo e dei suoi valori e crea una società di nevrotici, per cui la scuola di Freud si fa avanti anche a Trieste grazie agli insegnamenti del dottor Weiss.

In questo scenario Umberto Saba si definisce come un poeta scisso.

Umberto Saba
Umberto Saba

Scisso è il tempo in cui è vissuto, scisso è il suo cuore e la sua anima, dilaniati da una vita familiare particolarmente complessa. I colori e le metafore che lo scrittore utilizza rimandano in tutto ai quadri di Chagall. L’azzurro onnipresente, sfondo di una vita per il ricordo dei chiari occhi paterni, un padre cattolico che lo ha abbandonato troppo presto, che ha tradito la moglie e che vive con quella leggerezza d’animo che lo oppone quasi fisicamente ad una madre ebraica che ha su di sé il peso della sua famiglia e di tutto il suo mondo.

L’opera che maggiormente contraddistingue Saba è il suo Canzoniere, un tomo autobiografico che mette nero su bianco la vita di un uomo che non accetta che la tradizione letteraria si spezzi e separi con l’arte classica. Una versificazione del tutto regolare di endecasillabi e settenari richiama la scelta Leopardiana e Foscoliana. Si distacca dai crepuscolari, ignora l’ironia. La letteratura fa in modo che il dolore represso riaffiori, lentamente, in modo da non opprimerlo.

Sono tre i grandi volumi in cui è diviso il Canzoniere che conta ben 426 poesie.

Nella sezione “Autobiografia” Umberto Saba parla del padre, che ha rivisto dopo vent’anni. I due si riconoscono per la leggerezza delle bolle di sapone, per gli occhi azzurri, per l’animo da bambino. “Mio padre è stato per me l’assassino” scrive, ricordando il dolore che gli ha fatto provare fino in quel momento, prima di comprendere che, se non fosse stato per lui, se non fosse stato per la sua unione con quella donna dalle scarpe di cemento, Umberto non sarebbe nato poeta, sospeso tra cielo e terra, con la carta e la parola scritta come scudo per la realtà.

Lo scrittore deciderà poi di cambiare il suo cognome Poli in Saba, che in ebraico significa “pane” in onore a sua madre e alla sua balia, Gioseffa Shobar, detta affettuosamente Beppa Sabaz.

Il piccolo Berto sarà separato anche da Beppa (la sua mamma della gioia, l’unica che lo faceva sentire davvero a casa) a soli tre anni. Freud con la sua formazione psicoanalitica aveva inteso che proprio in quell’età si forma l’animo di una persona, e Saba evidenzia ancora il suo essere scisso.

Nelle “Tre poesie alla mia Balia” dà ampio sfogo al suo dolore, il ricordo di una dolce infanzia, il ricordo di un grido soffocato sulle scale, un bambino strappato dalle braccia della sua mamma di gioia, l’oblio che ha nascosto la reazione di lei. Era dispiaciuta? Ha urlato anche lei? Ha pianto? Ha cercato di lottare? È andata semplicemente via?

Da adulto Saba tiene stretta la sua bambina. Il calore che può dare il peso di un figlio che ti si addormenta in braccio, una sensazione che per Voltaire era l’essenza della felicità, ora si identifica come un ricordo nostalgico, per metà perduto, ma che lentamente sta ricostruendo con l’aiuto di sua figlia. È un gesto che lo fa sentire a casa, al sicuro, rintanato in una realtà da cui è stato strappato.

Non si inquadra definitivamente la figura di Saba se prima non si parla di sua moglie Lina.

Anche lei è ammalata, e i due coniugi vivono spostandosi da luogo a luogo per ottenere le dovute cure. Saba vivrà alle sue dipendenze, penderà dalle sue labbra, curerà se stesso per salvarla. Nelle sue opere Lina sarà giumenta, cagna, formica e ape, avrà connotazioni strambe, ma sarà così descritta per meglio impersonare quel concetto di madre, moglie, figura quasi angelica che culla e migliora le giornate del marito. La poesia a lei dedicata ricorda così un componimento religioso.

“Le tue carezze mi hanno fatto più bene assai quanto tu possa immaginare e l’uomo e l’artista te ne ringraziano… [..] Non ero forse quasi felice quando ero tra le tue braccia?” scrive, in una lettera datata 23 dicembre 1905, poco dopo averla conosciuta.

Lina aveva la voce da chioccia e lamentava troppo spesso la noia della quotidianità domestica. Ma quello era l’unico suono che era in concordanza con il cuore del poeta, l’unico sottofondo perfetto per il suo modo di far poesia.
Dopo la prematura di lei morte Umberto Saba non uscirà più di casa e poserà la penna, troppo affranto per dar voce alla sua arte.

Il suo stile autobiografico apparentemente sarebbe tipico della tradizione romanzesca, ma Saba decide invece di utilizzare il genere poetico trasformando il suo stile di scrittura in un’enorme metafora, che riesce a sintetizzare i temi delle sue opere.

Caratteristico è il suo continuo andare a capo, che contorna ed intervalla il testo di spazi bianchi. Questi nascondono il significato allegorico di un ago da cucito, un modo per mettere insieme tutti i pezzi, i brandelli della sua vita. Il filo che unisce ogni cosa è l’ordinato e rassicurante filo cronologico.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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