Intervista ad Alessandro Gattuso, vincitore del Festival Omovies

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alessandro gattuso

Alessandro Gattuso ha firmato il cortometraggio Cuestiòn de corazòn, si asi se le puede llamar, vincitore del premio come miglior corto documentario 2015 nell’ottava edizione del Festival Omovies. Un lavoro rigoroso, a tratti esplicito, ma al tempo stesso dolce e poetico.

alessandro gattuso

Il cortometraggio “Cuestiòn de corazòn, si asi se le puede llamar” spazia nel raccontare vari temi: dagli incontri omosessuali in chat fino al desiderio di conoscere una persona con la quale condividere un vero sentimento. Perché hai deciso di parlare di questo e cosa ti ha ispirato?

“Prima di trasferirmi a Barcellona non conoscevo questo tipo di applicazioni. In seguito le ho scaricate e ho iniziato ad usarle assiduamente da quelle parti, soprattutto per conoscere più persone possibili visto che mi trovavo da solo. Dopo un po’ di tempo però ho sentito un senso di frustrazione e di noia, non riuscivo a instaurare una vera comunicazione. Tutto era fittizio e virtuale. Partendo da questi sentimenti mi sono chiesto, in un senso più ampio, dove avrebbe portato tutti noi questo nuovo modo di comunicare. All’inizio volevo raccontarlo attraverso un progetto fotografico, poi però mi sono reso conto che le fotografie erano riduttive, serviva qualcosa di più. Ho analizzato le chat che avevo, le ho studiate attentamente e ne ho tratto le mie conclusioni. Senza criticare il mezzo, sia chiaro. Ognuno è libero di scegliere come utilizzarlo. Tutto per me parte dal concetto che attraverso questo mezzo si possa anche cercare l’amore, ma spesso si rischia di rimanere da soli”.

alessandro gattuso

Quando le possibilità di scegliere qualcosa, in questo caso qualcuno, aumentano la scelta stessa diventa più difficile. Giusto?

“Assolutamente. L’approccio è totalmente visivo. Diventa una sorta di supermercato virtuale, se vogliamo. E questo spesso toglie anche la voglia di scoprire un corpo, la curiosità di conoscersi lentamente e gradualmente”.

Nel cortometraggio ci sono immagini di vario tipo. Tra queste però spiccano anche immagini esplicite di nudo maschile frontale. Come mai hai deciso di inserirle? Non hai pensato che potessero disturbare o essere fraintese?

“Nella prima parte del corto riporto fedelmente una serie di frasi e domande che mi sono state effettivamente poste nelle chat. Tutto è riportato nei minimi dettagli, nulla è stato riscritto. Per quanto riguarda le foto di nudi che mostro anche quelle sono reali, non sono esplicite, perché diventano normali all’interno delle conversazioni-tipo che si hanno in quelle chat. Tutto quello che si vede è autentico, anche per questo motivo il corto è un ibrido tra documentario e finzione. Ho scelto di unire questi due modi per raccontare al meglio quello che volevo dire“.

Verso il finale anche tu sei presente nel corto. Come mai questa scelta?

“Inizialmente non dovevo recitare. Purtroppo mi sono ritrovato costretto per mancanza di attori. Tutto sommato, come detto, molto di quello che si vede l’ho vissuto sulla mia pelle. Quindi essere fisicamente presente nel corto non è del tutto pretestuoso o auto-celebrativo”.

Parlando invece degli ultimi minuti dell’opera, riproponi immagini già utilizzate e spezzoni di film classici. La cosa più interessante però è che tutto è perfettamente armonico, reso possibile anche da una colonna sonora mai ingombrante. Nonostante il ritmo serrato e quasi frenetico.

“Quella parte per me è un flusso di coscienza. I tre ragazzi che mostro sono in attesa del loro appuntamento. Cerco di raccontare le loro aspettative attraverso quelle immagini. Come detto il cortometraggio racconta la storia di un ragazzo che cerca un sentimento attraverso questo mezzo e in quei minuti finali mi concentro su tutto quello che passa nella testa del ragazzo che aspetta. Ci sono riferimenti alla cultura gay, la statua di Antinoo amante dell’imperatore Adriano, l’attore Rock Hudson, gay non dichiarato morto per AIDS. Anche le immagini sessuali o di semplici baci fanno riferimento alle aspettative che uno ha”.

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Tutti e tre i personaggi, nel finale, alzano lo sguardo. Perché questo gesto così semplice?

“Si tratta di una presa di coscienza. Attendono, poi alzano lo sguardo e realizzano la loro solitudine comprendendo che attraverso questo mezzo è difficile, quasi impossibile, per loro incontrare una persona con la quale instaurare un reale rapporto affettivo. Tutte sensazioni che ho provato personalmente e che, penso, abbiano reso possibile realizzare un lavoro del genere. Sarebbe stato impossibile realizzarlo senza queste esperienze”.

Andrea Piretti

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