Panagopoulos (Syriza) a LP News: Grecia salva senza il Fmi

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Dopo la vittoria dello scorso 20 settembre, la stampa italiana ha affrontato le vicende della Grecia trattando quasi esclusivamente delle decisioni forti e sofferte di Atene.

Se Repubblica riporta dell’affitto quarantennale dei principali (e più strategici) aeroporti regionali ai tedeschi di Fraport, passa quasi inosservata la notizia della determinazione del Primo Ministro greco nel rinunciare alla presenza del Fondo Monetario Internazionale nel Terzo Memorandum.

Il secondo governo della “strana coppia” TsiprasKammenos, eletto in base a un programma di protezione delle classi svantaggiate dalle misure più ingiuste dei piani di salvataggio, ha tenuto trattative lunghe e con risicatissimi margini di manovra.

Il 9 novembre l’Eurogruppo rappresentato da Jeroen Djisselbloem ha negato l’ultima rata da 3 miliardi del finanziamento da 16, concesso il 20 agosto, e i 10 miliardi previsti per il risanamento delle banche greche, esasperando un clima già teso: nonostante le proteste degli agricoltori a causa dell’aumento della tassazione al 26%, le dimissioni dell’ex-portavoce dell’esecutivo Gavriìl Sakellarìdis e uno sciopero di 24 ore contro i nuovi tagli, le misure sul pignoramento vengono approvate.

È stato raggiunto un compromesso che riesce a tutelare gran parte dei morosi, sui quali le istituzioni europee criticavano il governo greco di eccessiva protezione, a scapito del sistema bancario; è su questo, infatti, che si sta consumando un duro botta e risposta tra Grecia e Germania sul ruolo del Fmi.

È in occasione dell’approvazione della legge di bilancio, all’inizio del mese, che le presivioni della Troika vengono smentite: non si sono verificati gli effetti recessivi temuti per il post-referenfum, per le elezioni di settembre e per i controlli ai capitali imposti dalla BCE; bensì quest’anno si chiuderà con la recessione allo 0%. Gli interessi sul debito e la disoccupazione vengono contenuti, anzi vengono creati 100.000 posti di lavoro, prevedendone altrettanti per il 2016.

Oltre alle stime sulla crescita, previste addirittura per metà dell’anno prossimo, a restituire fiducia nell’economia della Grecia è soprattutto la stima del debito delle 4 banche che hanno usufruito degli aiuti dall’Eurogruppo.

Come dichiara a Libero Pensiero News Argiris Panagopoulos, giornalista e ambasciatore di Syriza in Italia, «ora il punto è ben diverso, perché in realtà non servono i soldi che avrebbe dovuto mettere il Fmi; perché il costo della ricapitalizzazione delle nostre banche era di soli 6 miliardi invece dei 25 che prevedeva l’accordo che avevamo firmato a luglio. Merkel vuole il Fmi perché lo considera suo alleato per imporre le politiche neoliberiste più dure».

È la stessa Berlino, in occasione delle estenuanti trattative sulla riforma delle pensioni elleniche, che sostiene la necessità dell’affiancamento dell’organizzazione con sede a Washington, per assicurare il rispetto della Grecia ai programmi concordati, facendo così da garante per il governo tedesco.

Continua Panagopoulos: «Noi abbiamo detto che sin dall’inizio la crisi era ed è europea, e che non ci fosse bisogno del Fmi. La Germania lo ha voluto perché pensava di andare duramente con l’applicazione di queste politiche nefaste. La ricapitalizzazione delle banche greche è stata di 6 miliardi, ne rimangono 19 di cui la Grecia non ha bisogno. Così viene meno anche il ruolo del Fmi, voluto anche da Papandreou,  per rifinanziare il programma del nostro paese. Se la Grecia non ha bisogno dei suoi soldi, perché il Fondo deve prendere parte a questo nuovo programma?».

Nonostante la revisione della sua iniziale impostazione antiausterità per l’applicazione di un nuovo Memorandum con manovre d’ispirazione berlingueriana, Syriza si sta rinnovando.

Lo scontro con la Germania e la progettazione del piano economico parallelo dimostrano che il partito di sinistra radicale non intende normalizzarsi, né abbandonare la lettura della crisi come fenomeno non esclusivamente euromediterraneo: la considera invece un problema strutturale di un’UE da rifondare, come dimostra la recessione della Finlandia.

Eduardo Danzet

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