Bosnia, tra Daesh e nuove tensioni etniche

0
74

Il 21 novembre 1995 l’accordo di pace siglato a Dayton, Stati Uniti, sancì la fine della guerra in Bosnia.

A vent’anni di distanza, è sbiadito il ricordo del conflitto che nel cuore dei Balcani fece più di 100.000 vittime. Si fa fatica a concepire oggi la portata della violenza consumatasi tra croati cattolici, serbi ortodossi e la maggioranza di bosniaci musulmani (gli eredi culturali della plurisecolare dominazione turca) che, a causa di eventi come il massacro di Srebrenica (8.000 bosgnacchi trucidati dai serbi), consentì di coniare espressioni come “pulizia etnica”. Per la prima volta, poi, si sentì parlare di mujāhidīn in Europa: furono molti i combattenti che accorsero dai Paesi del Medio Oriente per dar man forte ai bosniaci musulmani: furono loro i primi foreign fighters.

La NATO e gli USA intervennero nel conflitto, con massicci bombardamenti. Gli stessi americani promossero poi la redazione dell’Accordo di Dayton, che non aveva precedenti: tra le altre cose, si scrisse a tavolino e si incluse negli Allegati al trattato la Costituzione di un nuovo Stato federale, la Bosnia-Erzegovina, composto da 3 entità, la Repubblica Srpska, la Federazione di Bosnia-Erzegovina ed il Distretto di Brčko. La prima avrebbe accolto i serbi, la seconda i croati e i bosgnacchi (come dal 1994 furono ribattezzati i bosniaci di fede islamica), mentre la terza sarebbe stata una “zona cuscinetto”: ognuna delle entità federate avrebbe avuto proprie cospicue autonomie, un proprio parlamento e un proprio presidente. Le parole d’ordine della nuova pax etnica furono inclusione, conciliazione e codecisione: si arrivò a concepire una complicata presidenza federale tripartita, ognuno dei cui componenti avrebbe rappresentato un’etnia.

Il destino dell’Accordo di Dayton sembrava essere stato felice. La Bosnia ha attraversato un periodo di apparente pacificazione, avanzando il proposito di aderire alla UE (i negoziati sono in corso) e alla NATO. Tuttavia, negli ultimi tempi sono emerse delle profonde criticità, che hanno aperto, a vent’anni di distanza dalla sua conclusione, un forte dibattito sulla reale eredità lasciata dall’Accordo.

La Bosnia è un Paese povero: ha un elevato tasso di disoccupazione e una bassa crescita. La disoccupazione giovanile al 63% crea sfiducia nelle nuove generazioni. E così, puntuale, tra le pieghe del disagio sociale si è annidato l’ISIS. La propaganda patinata del Califfato con una perfetta operazione di marketing ha prodotto video e articoli di Dabiq apposta per i giovani bosgnacchi, nati durante la guerra, tra i quali molti hanno perso genitori per mano dei serbo-bosniaci: l’ISIS ha insinuato in loro il sospetto che le difficoltà del Paese siano responsabilità della minoranza serba, che avrebbe in pugno il corrotto governo federale, a sua volta al potere per mezzo del sistema impostato da Dayton, grazie alla regia degli Stati Uniti. In Bosnia personaggi legati all’ISIS hanno comprato interi villaggi, li hanno bardati con le insegne nere del Daesh e vi hanno costruito i campi dove si addestrano nuovi foreign fighters europeiche si andranno a fare le ossa in Siria e Iraq, prima di tornare in Bosnia e restare in attesa di ordini.

Le prove generali di terrore sono già cominciate. Ad aprile un giovane bosniaco musulmano al grido “Allahu Akbar” ha ucciso un agente di polizia in una città a maggioranza serba; il 19 novembre scorso un altro giovane, legato a gruppi estremisti islamici, a Sarajevo ha sparato uccidendo due soldati, prima di farsi saltare in aria.

Le istituzioni ammettono di aver sottovalutato la minaccia del terrorismo, ed ora si confessano impreparate a gestire una crisi che, però, riguarda prima di tutto l’artificiosa società bosniaca.

Ulteriore conferma di ciò è il referendum appena indetto dal Presidente della Repubblica Srpska, in cui si chiederà ai cittadini il consenso per svincolare dalla giurisdizione federale i procedimenti giudiziari contro i cittadini serbo-bosniaci: dietro il tentativo provocatorio e demagogico di rivendicare più autonomia alla Repubblica Srpska, pochi dubbi rimangono sul fatto che si tratta fondamentalmente di una manovra dell’establishment serbo-bosniaco per evitare una gestione centralizzata dei processi sui crimini di guerra. Bosgnacchi, UE e USA hanno subito condannato l’iniziativa, affermando che questa contribuisce solo ad aggravare la già forte tensione etnica nel Paese.

La Bosnia-Erzegovina oggi sembra una pentola a pressione con un coperchio vecchio, probabilmente costruito già difettoso e pronto a saltare. Buon compleanno, Accordo di Dayton.

Ludovico Maremonti

NESSUN COMMENTO