Da quando la Buona Scuola ha bussato alle porte delle scuole pubbliche italiane, gli studenti non si sono fermati un attimo, nemmeno per prendere la rincorsa: manifestazioni, occupazioni ed assemblee sono state il loro pane quotidiano e, a differenza di un anno dalla proposta di legge approvata con il voto di fiducia al Senato durante il periodo estivo, continuano a persistere e fare resistenza.

Perché è questo che gli studenti del liceo De Filippis di Cava de’ Tirreni stanno facendo dalle 13 del 14 dicembre: resistendo, per portare avanti l’occupazione del loro plesso. Dopo aver fatto presente più volte i gravi problemi strutturali del loro istituto (mancanza di scale antincendio, assenza quasi completa di fondamenta, palestra semi-inagibile, bagni privi di finestre, macchie di umidità, infiltrazioni d’acqua), hanno deciso di intraprendere una forma di protesta più decisa. Ma dietro quest’occupazione c’è molto di più: c’è un’inarrestabile voglia di porre fine ad uno Stato che mira all’aziendalizzazione della scuola pubblica, e alla sua trasformazione in merce per il mercato e per le aziende; porre fine ad uno Stato che fa gli interessi dei privati e che, a loro volta, fanno gli interessi delle criminalità organizzate; porre fine ad un sistema scolastico che tratta gli studenti come numeri o come voti, e non come persone reali. Gli studenti del De Filippis hanno voglia di creare una scuola alternativa, che miri ad educare alla vita e a sviluppare una coscienza critica, attraverso l’abbattimento delle solite lezioni frontali e nozionistiche, e l’inserimento di lezioni alternative ed interattive.

Ed è proprio in questo modo che si sta svolgendo l’occupazione del liceo De Filippis: sono 35 i corsi di formazione organizzati dagli studenti stessi (geopolitica, analisi politica della Buona Scuola, circle time sull’attualità, storia della musica, pronto soccorso e autodifesa sono solo alcuni dei corsi presenti), 15 dei quali sono aule studio. Tra dibattiti, brainstorming, assemblee e pomeriggi interi passati a pitturare le aule più disagiate del plesso, stanno creando e mettendo in pratica la vera buona scuola: una scuola accessibile a tutti sotto ogni punto di vita, che non dia spazio a disuguaglianze sociali e di genere, basata sulla meritocrazia e non sul “portafoglio di papà”.

Resistenza: questa parola ha il loro volto, e porta i nomi di tutti e 600 studenti che nonostante le minacce e il pressing psicologico, dal basso e con poco, stanno creando molto, portando alla luce e scoprendo tutte quelle crepe di un sistema che non funziona e che non presta una reale attenzione alle necessità e ai diritti dei cittadini. Perché sì: farsi una cultura è un loro diritto; sviluppare una coscienza critica è un loro diritto; frequentare una scuola sicura e a norma è un loro diritto; manifestare è un loro diritto. Ed è un loro diritto che tutti questi diritti vengano tutelati e rispettati.

Ana Nitu