Bolivia, lago Poopó cancellato dalla siccità

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lago Poopo


“Italia, lago di Garda cancellato dalla siccità:
 le autorità hanno dichiarato che ormai nel bacino non c’è più acqua, evento che ha generato una disastrosa perdita di flora e fauna locali e un gravissimo danno economico per le popolazioni locali, che dipendevano dal lago per le proprie attività.”

 

In un universo parallelo, in un mondo che chiaramente non esiste, il titolo di un articolo come questo avrebbe potuto davvero dare la notizia che il lago di Garda ….non è più un lago, semplicemente, e da oggi lo chiameremo deserto di Garda!
Me lo immagino, l’articolo, magari ripreso su una prima pagina di un giornale sudamericano. Boliviano, va’: “El lago de Garda se seca por el cambio climatico en Italia”.
Mi immagino la disperazione, i titoloni dei giornali, gli interventi del Governo e i servizi allarmati dei TG della sera.

Ecco, tranquilli, è quasi tutto frutto dell’immaginazione di un giornalista burlone: il lago di Garda sta benone, gode di discreta salute e vive e lotta insieme a noi. La notizia allarmante, mutatis mutandis, arriva da un altro paese: il lago Poopó, secondo lago per estensione della Bolivia dopo il Titicaca, si è completamente prosciugato a causa del perdurare della siccità che ha colpito la regione. Il bacino idrografico, situato a 3700m di altezza nel dipartimento di Oruro, copriva una zona di 27.700 km2  (il lago di Garda ha un bacino di 2.300 km2, per capirci) ed era fondamentale per l’equilibro ambientale di una vastissima regione.

lago Poopo
La drastica riduzione del volume delle acque del Lago Poopo, da maggio 2015 all’ultimo rilevamento il 28 novembre.

Si tratta di una catastrofe storica, che ha provocato la morte di milioni di animali e la scomparsa della flora locale, importantissima per mitigare le aride aree circostanti. Le conseguenze devastanti, inoltre, si stanno facendo sentire anche per la popolazione della zona: più di 300 famiglie hanno perso la principale fonte di sussistenza e stanno perciò emigrando, costrette ad abbandonare le loro vite in cerca di nuove occupazioni.

Le reazioni e i tentativi di intervento.

Victor Hugo Vásquez, governatore del dipartimento di Oruro, ha indicato tra le principali cause non solo il cambiamento climatico, ma anche l’inquinamento minerario indiscriminato (da anni le associazioni ambientaliste locali segnalavano i valori altissimi di cadmio, arsenico, piombo e zinco trovati nei campioni) e la sottrazione delle acque degli affluenti del lago per l’irrigazione agricola.
Il Governo aveva provato a reagire, molto tardivamente, stanziando ben $ 15 milioni in opere di bonifica e mitigazione, che comunque non sono riuscite a frenare la siccità. Ora, a danno compiuto, lo stesso governatore Vásquez ha dichiarato che chiederà lo stato di calamità naturale nell’area, nel tentativo di salvaguardare le famiglie colpite e dare loro almeno la possibilità di ricominciare da zero.

lago Poopo
I resti di migliaia di pesci, morti per il prosciugamento delle acque del Lago Poopo.

Il disastro del lago Poopó è solo uno degli effetti del fenomeno climatico El Niñoche da anni causa periodicamente siccità, inondazioni e altre perturbazioni in Sud-America, regolarmente sotto il periodo natalizio (el Niño sta appunto per indicare Gesù bambino). Proprio ieri, 21 dicembre, il Ministro della Difesa Reymi Ferreira ha annunciato che è stato dichiarato lo stato d’emergenza in più di 50 comuni da giorni afflitti da inondazioni.

Il presidente boliviano Evo Morales, inoltre, è da anni in prima linea per vedere riconosciuti gli aiuti che i paesi sviluppati, responsabili della gran parte delle emissioni di Co2, regolarmente promettono ai paesi più poveri, quasi sempre i primi a subire gli effetti dei cambiamenti climatici.

Discorsi e immagini che, a una settimana dalla chiusura della Cop21 di Parigi, è bene tenere a mente: il cambiamento climatico si sta già verificando e a subirne gli effetti immediati non sono i Paesi occidentali, ma gli altri.
Si è prosciugato il lago Poopó, non quello di Garda (mutatis mutandis, sempre).

Antonio Acernese

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