La statistica serve al calcio?

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Ognuno di noi, al termine di un incontro dall’esito bugiardo, ha udito tali parole da un dirimpettaio, nel momento della pubblicazione delle statistiche sommarie: Questi numeri non servono proprio a niente!, magari citando Trilussa e la sua battutaccia sui polli. Ecco, entrambi hanno qualcosa in comune: la comicità.

La scienza non è cabaret, non è fatta da pseudo-intellettuali, ma giustappunto da scienziati. Se non si è grado di motivare l’importanza dello studio a supporto dello sport, così come degli altri fenomeni del vissuto, è perché non si conosce la materia.

Tale premessa non vuole affermare la supremazia incondizionata dei numeri, perché essi, senza un attento discernimento ed un’oculata analisi, hanno il solo scopo illustrativo.

Ciò che dà senso all’introduzione della statistica nel calcio, come lo è stato in America per baseball e basketball, e nobilita il ruolo dello statistico sportivo è sapere che non tutte le variabili hanno la stessa significatività. L’acume consta proprio nella loro individuazione dall’ampia matrice del calcio, al fine di pervenire ai giusti indicatori che possano fare la differenza. Non certo mangiare un pollo.

Nel calcio l’analisi statistica è la nuova frontiera del business. I club stanno investendo in ricerca e acquisti di dati di diversa natura – dall’incidenza delle variabili di gioco a quelle economiche – convinti che sia la strada giusta verso il successo.

Sul tema, riportiamo le testimonianze dei diretti interessati.

I risultati influenzano lo stato d’animo della gente e dove c’è emozione c’è un’opportunità, dal punto di vista del business. […] Usare l’analisi quantitativa non vuol dire che ogni decisione che prendi sarà giusta, poi quando cerchi di cambiare una cultura ci vuole tempo. Quel che devi fare è togliere l’emotività da qualsiasi decisione […] devi essere spietato e avere sempre il completo appoggio dei proprietari del club” sostiene Beane, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. La diffidenza può rallentare il processo di crescita – si veda il caso di Damien Comolli, amico di Beane ed ex assistente di Wenger, che divenuto GM al Tottenham fu costretto all’esonero perché anteponeva la sapienza all’istinto nelle sue scelte – ma l’oscurantismo è destinato a dissolversi. Comolli ha scoperto Bale.

Per i novizi, Beane è il guru della statistica nel baseball. GM degli Oakland Athletics, grazie all’incontro con il giovane analista DePodesta, si è imposto ai vertici della categoria, nonostante la disparità economica nei confronti delle concorrenti. Di questa storia esiste un romanzo e una trasposizione cinematografica, di cui riportiamo una tagline: “Tra i ventimila giocatori che vale la pena di valutare credo ci sia una squadra da titolo di venticinque giocatori che ci possiamo permettere, una specie di isola dei giocattoli difettosi”. Questi atleti non erano selezionati per il semplice numero di punti fatti o basi conquistate, ma attraverso opportuni indicatori. Spesso, infatti, l’audience confonde quelle che sono le cosiddette statistiche, con la scienza che ne è alla base. La statistica è, in sintesi, la disciplina che sa dare significato alla casualità.

Se si vuole essere un bravo scouter statistico è allora suggerito di custodire sottobraccio una copia di Moneyball ed avere in tasca un web-pad saturo di apps Opta.

Fornire una struttura scientifica al suffragio d’opinioni è parte del faticoso processo di emancipazione dell’uomo da uno stato di minorità. Difatti, l’opportunità di discutere di calcio con delle basi differenti dal solo sensitivismo dei critici, comporterebbe un’evoluzione nello stesso dibattito giornalistico, attribuendo la giusta dignità ad uno sport che tanto amiamo.

Fabio Fin

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