Quel Bambin Gesù annegato nel Mediterraneo

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Il brainch di Natale: Quel Bambin Gesù annegato nel Mediterraneo
Il brainch di Natale: Quel Bambin Gesù annegato nel Mediterraneo

Cari lettori, non vi dirò buon Natale, né aggiungerò alcun augurio.

Il necessario dolore che si prova nel proporre un’immagine – il corpicino inerme di Aylan sulla spiaggia di Bodrum – anche a distanza di mesi, è forse l’ultima tappa di una catarsi morale di cui si avverte ancora netto, nitido il bisogno.

Quella foto, che guasta la palindromia festante di regali ed alberelli, è nella sua struggente e sterminata solitudine il dono più prezioso che possiamo concederci, in qualità di uomini liberi, uomini civili, soprattutto uomini vivi.

Aylan non lo è più: il suo viaggio si è arrestato nella crudele morsa dei flutti, quel giorno dell’estate più calda di sempre, e come la sua altre 700 giovani vite giacciono ora nell’indifferenza degli abissi, portate a fondo dall’illusione di credersi più umani, fra le compassionevoli voci di preghiera e le tormentate notti d’occhi spalancati.

Oltre un milione di persone in fuga nel solo 2015: è questa l’eredità primaria che ci spartiremo da bravi opinionisti, tra i fautori delle ruspe e gli ansimi affannati di chi volge le mani all’accoglienza. Fotografie, ritagli di giornale, programmi in tele, sondaggi online, un universo sterminato di commenti e materiale per i soliti buoni a nulla del perbenismo macabro e morboso, che si rimpicciolisce fino a diventare poco più che un grano di polvere al cospetto della pura immensità di sogni violati dalla guerra.

Troppo semplice, lettori cari, affidare a pochi attimi di costernazione il compito di rinsavire l’opinione pubblica e limitare il disincanto a una breve smorfia di compassione. Ricorderemo eccome quest’anno, e non per “l’invasione dei clandestini”, non per “i massacri dell’ISIS”, ma per le ennesime e plastiche polemiche sulla laicità del Paese, sull’esigenza di difendere i valori della cristianità come la famiglia (e infatti l’Italia è l’unica nazione a non riconoscere ancora alcun diritto alle coppie gay), il presepe coi marò, i crocifissi nelle scuole che crollano a pezzi.

Troppo semplice, tra un Charlie Hebdo e una strage di Parigi, diluire il rimorso nell’acquaragia del conformismo religioso che ci vorrebbe tutti uniti, buoni, santi e generosi sotto lo scorcio di cometa che illumina la nascita del Bambin Gesù. Ma, come recita un proverbio zen, “Tre cose non si possono nascondere a lungo: il sole, la luna, e la verità”.

E la verità è che noi, quel Bambin Gesù, l’abbiamo ucciso nella culla.

L’abbiamo sterilmente iconizzato fra le dispute da salotto televisivo, utili soltanto ad esaltare l’ignoranza di chi si pronunciava e a fomentare quella di coloro che ascoltavano. L’abbiamo insultato, offeso e denigrato ogni volta che un fucile troncava di netto gli infantili incanti dei fanciulli di Gaza, ogni volta che in Libano o in Siria veniva impedito ad un fratello di coltivare l’esistenza come unico vero frutto di una creazione divina, ogni volta che il disprezzo e la repulsione hanno accompagnato i nostri ghigni sbiechi nel vedere un uomo di colore sedersi in treno, una zingarella elemosinare, un mediorientale recarsi al lavoro.

Giova ricordare, a questo punto, che Gesù non era bianco, né cattolico, né europeo. Che pena, quanti imbraccerebbero il fucile per salvare il presepe o il crocifisso e quel Gesù fatto uomo, oggi, lo lascerebbero annegare nel Mediterraneo, com’è stato fatto con Aylan e con tutti gli altri.

Teniamoci pure il presepe, allora, il crocifisso, i regali e tutti i simboli della nostra beata ipocrisia. Ma non veniteci a raccontare di una cristianità da difendere, di una identità sorgiva da scaturire alle caviglie dell’alba di un nuovo anno. Ad essere difeso è soltanto l’egoismo impavido che ci allontana da quelle immagini, l’ottusa ostentazione di una povertà d’animo tanto incoerente quanto paradossale nei confronti di quel bellissimo messaggio di nome Vangelo, che la maggior parte di noi tiene lì da qualche parte in casa a prender polvere.

Perciò non fatelo, per l’amore di quella statuina che adagerete nella paglia. Morbida, come la sabbia di una spiaggia. Perfetta per accogliere un bambino alla vita. 

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

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