Il tema dei diritti umani è uno di quelli particolarmente delicati, non fosse altro per la pretesa relatività dei diritti stessi e della loro considerazione e tutela, che varia da Stato a Stato. Sull’argomento sono stati versati fiumi di inchiostro, volti a sezionare una materia talmente vasta e controversa da giustificare tutta una serie di elucubrazioni che talora sconfinano nella filosofia del diritto.

In verità, non si potrebbe fare altrimenti, perché come eminenti studiosi hanno affermato – su tutti il compianto professor Cassese, che ci ha lasciato importanti trattati sul temanon è corretto considerare i diritti umani come universali e uguali per tutti, poiché ogni Stato ha il suo modo di pensare, la sua comune sensibilità.

In questo senso, è un fatto piuttosto noto come l’Occidente sia diverso dalle altre comunità internazionali, ed anzi, a ben vedere, non v’è uniformità di vedute neanche fra l’Europa e gli Stati Uniti d’America (si pensi alla pena di morte).

Esistono poi, in tale contesto, nazioni che non intendono dare conto a nessuno della loro gestione dei diritti umani e del livello di garanzia che di tali diritti forniscono ai loro popoli. Una di queste è la Russia di Vladimir Putin, uno Stato fiero e accentratore, che non ha mai visto di buon occhio le ingerenze esterne, anche se provengono dalla Corte Europea dei Diritti Umani.

La notizia, di pochi giorni fa, è che Putin ha ratificato una legge che fornisce alla Corte Costituzionale russa il potere scegliere se applicare o meno le sentenze di istituzioni sovranazionali in materia di diritti umani e civili.

Si tratta di un atto d’autorità piuttosto evidente, una risposta forte e definitiva alle condanne della CEDU nei confronti della Russia, sanzionata, in tempi recenti, sia per la violazione della libertà di manifestazione al tempo del Gay Pride, sia in occasione del cosiddetto Caso Yukos, dal nome dell’azienda petrolifera di proprietà dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky, arrestato nel 2003.

Le condanne alla Russia sono arrivate anche dalle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International, che in uno degli ultimi rapporti sulla situazione a Mosca non ha mancato di rilevare un deterioramento del rispetto dei diritti alla libertà d’espressione, di riunione e d’associazione.

La scorsa settimana è arrivata la risposta ufficiale di Putin, che non ha teso il classico ramoscello d’ulivo ai suoi critici e detrattori, ma ha alzato ancora di più il livello di un muro già molto elevato, e lo ha fatto con la firma di questa nuova legge, che, in base al principio di “supremazia” della giurisdizione nazionale, sottopone le sentenze di istituzioni sovranazionali al vaglio della Corte Costituzionale.

A ciò si aggiunga che, qualora i giudici della Corte non si dovessero accorgere di un possibile contrasto con la costituzione russa, è stata introdotta una procedura speciale per cui il Presidente o il governo potranno porre all’attenzione della stessa Corte le sentenze che, a loro giudizio, si pongano in contrasto con la carta costituzionale.

Un norma di chiusura in piena regola, dunque, volta a comprimere qualsiasi vuoto normativo, comunque in favore del sistema nazionale.

Non possiamo conoscere né prevedere le ripercussioni sul piano internazionale a questo tipo di provvedimento. È di tutta evidenza, però, che Mosca non intende delegare all’esterno nemmeno una frazione della sua sovranità, e, per difendere questo suo diritto, è pronta a porsi contro l’intera comunità internazionale. La quale, peraltro, è ben lungi dall’essere unita sul fronte del riconoscimento e del rispetto dei diritti umani.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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