Giovanni Verga e il suo Mastro-Don Gesualdo

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Giovanni Verga - Mastro Don Gesualdo
Giovanni Verga - Mastro Don Gesualdo

«Alla fine vi trovate dinanzi a una miserabile tragedia di genere veristico. E voi pensate che il libro sia forse privo di significato, che la fatica di Verga sia fatica sprecata. Ma questo succede perché siamo tanti snob spirituali e riteniamo degno di attenzione solo quel personaggio che può uscirsene in fumo con “essere o non essere”. Il povero Gesualdo non seppe mai nulla di “essere o non essere” e, se qualcosa ne avesse saputo, non vi avrebbe certo fatto caso. Egli visse ciecamente sotto l’impeto sangue e dei muscoli, con l’astuzia e la volontà, e mai ebbe coscienza di sé. Sarebbe stato migliore se l’avesse avuta? Nessuno può dirlo.».

David H. Lawrence ha così commentato il romanzo “Mastro – don Gesualdo”, la seconda opera che compone il Ciclo dei vinti, il grande progetto incompiuto di Giovanni Verga.

Siamo negli ultimi anni dell’ottocento, l’Italia ha da poco raggiunto la tanta agognata unità, anche se ancora oppressa dalla morsa del deficit economico e dalle consequenziali guerre civili. L’industrializzazione ha generato un clima di aspettative e fiducia nel progresso futuro, in quello che poi sarà identificato dal francese Auguste Comte come clima positivistico: l’arte si fa Impressionistica, la campagna si spopola, la città si urbanizza.

In questo particolare scenario scrittori ed artisti interiorizzano in modo diverso i molteplici cambiamenti a cui sono sottoposti, a seconda della loro sensibilità e delle loro richieste alla società.

Da qui gli Scapigliati che con il loro fare bohème, si ribellano alle convenzionalità, alla tradizione e ad ogni tipo di equilibrio. Si rifugiano in uno stile di vita estremo e maledetto, decidendo di seguire una propria strada dato che nessuna è davvero giusta.

Verga invece fa parte di un movimento culturale che prende il nome di Verismo, modellato ed ispirato dal naturalismo francese con maggiore esponente Emile Zola. Tra i pilastri principali di tale movimento ricordiamo un nuovo modo di vedere la natura, dettata dagli influssi prodotti sulle scienze sociali dalla visione positivista della realtà, attraverso un metodo sperimentale (tipico delle scienze) e da fattori oggettivi come quello etnico, ambientale e sociale. Dopo il gran successo del romanzo realista di Manzoni, Verga raggiunge la modernità con il suo piano verista, il suo voler donare una voce ai vinti, ai vinti di una società che corre e che lascia i più deboli indietro, come se seguisse un tragico copione darwiniano.

“Mastro – don Gesualdo” è un romanzo che vuole mettere in scena la voce del popolo, eclissare l’autore ed ogni forma di soggettività o di filtro narrativo che vi si potrebbe scaturire.

Segue il romanzo “i Malavoglia” e sembra quasi sia il suo continuo, come se il protagonista sia una conseguenza della vita di ‘Ntoni, catapultato in una vicenda ambientata nel 1820 – 1849, per analizzare meglio il periodo in cui sarebbero nati i veri problemi dell’Italia.

I temi trattati rimandano alla novella di Mazzarò, e infatti i protagonisti sembrano aver fatto un passo indietro rispetto a quelli de i Malavoglia. Gesualdo si è rialzato con le sue mani, col duro lavoro e la costanza e la tenacia. Ma Mastro è diventato Don, col risultato di aver avuto un posto di merito in una società in cui il denaro o la roba (come la definisce Verga) è tutto, onore e valuta, un modo per farsi spazio nella società ed essere considerati dagli altri. Anche se è riuscito a sposare Bianca Trao (una nobile decaduta senza dote, con una reputazione macchiata da una probabile relazione con il cugino) la sua famiglia non lo accetterà mai davvero e sarà sempre visto come un rozzo pervenu, da buona opera petroniana.

Fa da sfondo una consistente infelicità che rende ogni azione vana per la ricerca della serenità. Nessun particolare è lasciato al caso. La parola di Dio è completamente assente, il suo rappresentante, il canonico Lupi, può dirsi con un nome appropriato alle sue fattezze caratteriali e alle sue aspirazioni prettamente materiali. Se vogliamo ben dipingere questa realtà basterà ricordare come Padron ‘Ntoni era descritto, attaccato al suo scoglio, alla sua casa del Nespolo, quindi ad un simbolo di comunità e di nucleo familiare. Qui i personaggi invece sono soli, attaccati alla loro roba, egoisti e avidi, dalla psicologia semplice ed animalesca.

L’unico legame che sembrava potersi creare è quello paterno, tra Gesualdo e sua figlia Isabella. Dopo il fallimento matrimoniale, visto come un capriccio del protagonista per aggiungere alle sue ricchezze anche un titolo nobiliare, Gesualdo e sua figlia Isabella vengono drasticamente divisi e il loro rapporto non migliora quando la giovane è costretta ad un matrimonio combinato. Da qui Isabella prende le sembianze della contessa di Leyra, la sua psicologia cambia, non è più innocente, non è più un personaggio semplice e naturale, che cerca di provvedere solo alla sua sopravvivenza tramite il rispetto della legge naturale. A complicare il suo quadro è un nuovo tipo di educazione, un’evoluzione sociale e mentale “narrata dalle tende, i pavimenti, le finestre di una casa in cui accadevano misteri mai svelati” commenta lo stesso Verga.

Come nella novella di Mazzarò non può esserci un lieto fine.

La superficialità di una ricchezza ostentata rendono l’ascesa sociale una sconfitta umana, una prigione da cui il protagonista non può più uscire e viene costretto in una solitudine tale da finire solo con se stesso le sue ultime ore di vita.

La roba resta in questo mondo, la sua anima volerà via.

Mastro – don Gesualdo è un perfetto vinto, un abile e metodico lavoratore che non ha ben compreso il reale senso di una vita.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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