Yemen, la guerra affama 14 milioni di persone

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yemen campi rifugiati

Secondo l’ONU, 14,4 milioni di persone, su una popolazione complessiva di 23 milioni, rischiano la fame in Yemen a causa della guerra che, da marzo, oppone i ribelli Houthi al governo, supportato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita.

Il motivo dell’intervento di Arabia Saudita, Emirati Arabi e altri Paesi del Golfo, in quello che era nato come un conflitto civile interno ad uno degli Stati più poveri del Medio Oriente, è presto detto: i ribelli Houthi sono musulmani sciiti, mentre il governo rappresenta i sunniti, di cui i Sauditi si considerano leader nel mondo arabo. Inoltre, non va tralasciato che i ribelli sono stati appoggiati dall’Iran, a sua volta leader del mondo sciita, il quale punta da tempo a riconquistare un ruolo egemonico nella regione, a scapito proprio dell’Arabia Saudita: il conflitto in Yemen, dunque, travalica i confini di un Paese finora ai margini, per diventare decisivo allo scopo di stabilire i rapporti di forza nel mondo islamico. Nella “guerra fredda” mediorientale, il fronte yemenita si aggiunge così a quello siriano, dove l’Iran parteggia per Assad indisponendo l’Arabia. Sarà da vedere poi se, di questa ennesima crisi nel mondo musulmano, non se ne avvantaggeranno l’ISIS (che già bombarda le postazioni dell’esercito governativo yemenita, in funzione anti saudita) e Al Qaeda.

Doveva essere una guerra facile e veloce, nei piani della coalizione: sono anni che Riyad, in particolare, sbandiera una superiorità militare senza pari nel mondo arabo, foraggiata dai petrodollari. Ovviamente, non è stato così: l’Arabia c’è rimasta impantanata, in Yemen. Del resto qualcuno, come Egitto e Pakistan, pur essendo fortemente legato ai sauditi, aveva fiutato il pericolo e aveva deciso di non partecipare all’impresa. Le perdite umane ormai sono ingenti, tant’è che Arabia ed Emirati hanno dovuto persino reclutare contingenti di mercenari (la prima ha scelto i sudanesi, i secondi addirittura i colombiani, per la loro esperienza nella guerriglia contro le FARC) per le operazioni di terra. La decantata capacità bellica dei leader del Golfo, insomma, si è rivelata una vuota vanteria: nonostante i pur massicci bombardamenti sulle postazioni ribelli, infatti, non si riescono ad ottenere vittorie decisive.

L’unico effetto certo dell’incapacità strategica della coalizione, per ora, è quello di affamare i civili.

Da tempo l’ONU ha lanciato un allarme sul rischio di una catastrofe umanitaria, rimproverando un comportamento bellico gravemente irresponsabile ai sauditi: questi, imponendo blocchi ai porti e bombardando indiscriminatamente le città, affamano un Paese che, oltre alla stragrande maggioranza delle risorse alimentari, importa anche il 70% del carburante e il 100% delle medicine. Le Nazioni Unite hanno anche indirettamente minacciato di accusare Riyad di crimini di guerra e contro l’umanità, se dovesse essere dimostrato che l’ormai conclamata carestia sia stata indotta per scopi militari. In realtà, per ora l’Arabia può stare tranquilla: grazie alle sue pressioni, a settembre l’ONU ha desistito dal proposito di un’inchiesta ufficiale sulla guerra, sollecitata dall’Alto Commissario per i Diritti Umani, a causa del passo indietro dei Paesi occidentali, che non se la sono sentita di mettersi contro il gigante petrolifero. D’altra parte, l’ambiguità ha caratterizzato dall’inizio l’atteggiamento di Stati Uniti e Gran Bretagna riguardo al conflitto: i primi hanno fornito assistenza logistica e d’intelligence ai sauditi e hanno venduto loro le armi (per un valore di 1,9 miliardi di dollari) per compiere i violenti bombardamenti da cui, poi, si sono ufficialmente dissociati. Più o meno simile la condotta di Londra, che però si è vantata di supportare la causa umanitaria dello Yemen con 75 milioni di sterline di aiuti.

Anche il Programma Alimentare Mondiale insiste nel denunciare lo stato di prostrazione della popolazione, con numeri che sembrano drammaticamente senza precedenti. Rispondendo alle lacune e ai voltafaccia della comunità internazionale, l’Organismo ha avviato programmi di aiuti e cooperazioni con UE, FAO e diverse ong, per interventi non solo nell’immediato, ma soprattutto a lungo termine: l’obiettivo è risolvere il problema della dipendenza alimentare ed energetica del Paese, una volta che il “Vietnam dell’Arabia”, come l’ha definito il Washington Post, sarà finito.

Ludovico Maremonti

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