Il dialetto napoletano: la storia continua

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la storia del dialetto napoletano
la storia del dialetto napoletano

Figlio vivace di un’amalgama travolgente di culti ed usanze arcaiche e frutto di una caotica costellazione di eventi storico-politici, il dialetto napoletano permane più vivo che mai nella coscienza linguistica e sentimentale dei suoi parlanti, continuando a raccontare ancor oggi, i fatti curiosi e le vicende indimenticabili delle quali il popolo partenopeo si è reso protagonista.

Proseguiamo allora il viaggio, interrotto la scorsa settimana, alla scoperta degli usi del napoletano, addentrandoci ulteriormente nelle venature inconfondibili di una lingua che, nel corso della sua intensa vita, ha dovuto fare i conti con intrusioni linguistiche estranee alla tradizione locale.

Ci eravamo fermati al secolo settecentesco e al predominio che nella prima metà del medesimo secolo aveva avuto la favella toscana sul dialetto di Napoli nell’ambito della delicata “questione della lingua”.

Entrata dei francesci a Napoli- storia del dialetto napoletano
Entrata dei francesci a Napoli 1799- storia del dialetto napoletano

Nei primi decenni dell’Ottocento la situazione continua ad essere piuttosto instabile e ancora una volta, saranno le dominazioni straniere a determinare l’evoluzione lessicale del napoletano. Difatti, a partire dal 1806, Napoli si tramuta istituzionalmente in uno Stato satellite dell’impero napoleonico, passando dalle mani dei Borbone a quelle dei Francesi. È sotto Gioacchino Murat quindi, che la popolazione locale inizia ad assorbire nel proprio repertorio linguistico molteplici francesismi, aggiungendoli a quelli presi in prestito nelle ere precedenti: risale a tale periodo l’introduzione nel napoletano di termini quali “sciarabballo”, calesse o donna grossa e deforme da “char à bancs” carozza a quattro ruote munita di banchi e “brilocco”, ciondolo o orologio , da “breloque”.

In seguito al 1861, anno in cui la penisola italiana raggiunge la tanto agognata Unità, si riaccendono i dibattiti tra studiosi e letterati  a proposito della questione linguistica e i più sostengono che  debba necessariamente corrispondere alla nascente coesione politica una certa uniformità nell’utilizzo della lingua ufficiale. Gli strati popolari, ancorati fortemente alle varietà dialettali, avevano però bisogno di strumenti appositi per l’assimilazione dell’italiano di base toscana. In particolare, a Napoli il problema risultava essere alquanto consistente dal momento che la popolazione vedeva legata indissolubilmente al dialetto la propria quotidianità. Cominciano così a metter piede negli istituti scolastici campani interessanti vocabolari di traduzione del napoletano in italiano: celebre è quello curato da Ferdinando di Domenico.

Salvatore Di Giacomo
Salvatore Di Giacomo

Verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, il napoletano acquista invece un ruolo di spicco in ambito artistico-letterario, grazie alla poesia di Salvatore Di Giacomo e alla crescente diffusione della canzone classica napoletana. Di Giacomo è senza dubbio, il padre della nuova napoletanità, quella che, in bilico tra concretezza realistica, precarietà della condizione umana e balzi d’allegria non rinuncia mai alla musicalità più dolce: nelle sue opere viene a delinearsi un mondo incerto, fatto di guappi e prostitute, vissuto da uomini e donne che soffocano nei silenzi le emozioni più belle. Questo stesso mondo contraddittorio diventa poi protagonista dei café-chantant, locali di stampo francese nei quali è possibile assistere ad esibizioni musicali alle volte raffinate, alle volte di tipo caricaturale: tra gli artisti sempre pronti ad entrare in scena vi era proprio Di Giacomo, autore di una suggestiva canzone d’amore intitolata Marechiare”.

«Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll’ammore…
Se revòtano ll’onne de lu mare:
pe’ la priézza cágnano culore… »

Contribuisce successivamente alla diffusione del dialetto napoletano all’estero, specie in America, l’operato di Enrico Caruso, tenore di fama internazionale ed interprete dei più grandi brani di musica classica partenopea. E così come il dialetto di Napoli sbarcò a New York con migliaia di migranti influenzando i parlanti americani, ugualmente durante la Seconda Guerra Mondiale i soldati statunitensi fecero sì che entrassero a far parte del nostro dialetto numerosi anglicismi, il più noto dei quali è sicuramente “nippolo” pallina di lana, dall’inglese nipple.

Sempre nel Novecento, artisti del calibro di Antonio De Curtis ed Eduardo De Filippo continuano a far del napoletano una lingua spettacolare, adatta alla pubbliche performances, sia teatrali che televisive, per la sua magnetica natura che sempre si accompagna ad un gesticolare forte ma mai volgare.

Attualmente, il dialetto napoletano viene ancora parlato con vigore e continuità da parte degli abitanti di Napoli e delle province e non smette ovviamente di subire variazioni adeguandosi ai nuovi tempi e andando al passo con essi. Tuttavia sono in pochi ad avere una competenza veramente attiva della lingua, essendo l’uso scritto della stessa estremamente ridotto. Occorrerebbe dunque incentivare i più giovani, così come la restante fetta della popolazione, provvista di competenze basilari e di un forte senso di appartenenza a quella che è la comunità partenopea in generale, a cimentarsi con assiduità nello studio del napoletano affinché la tradizione scritta che tale lingua ha alle spalle possa poi avere il futuro rigoglioso e prospero che merita, tramandando alle prossime generazioni storie e racconti dal fascino intramontabile.

Perché in fondo, il napoletano è esso stesso, nella sua essenza più profonda, storia vera e propria.

Anna Gilda Scafaro

 

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Laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Anna Gilda Scafaro aspira a diventare una buona insegnante e una valida giornalista. Appassionata di scrittura e amante dei libri, nutre un forte interesse per l’Arte in tutte le sue sfaccettature più belle e complicate. Sogna di visitare i più rinomati musei europei e mondiali e di viaggiare alla scoperta delle storie più arcane e affascinanti che si celano nel cuore delle grandi e piccole città. Attualmente scrive per Libero Pensiero News, occupandosi della sezione Cultura.

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