Turchia: liberate Rasool, liberate la libertà!

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Free Rasool

Sono trascorsi circa quattro mesi da quando la polizia anti-terrorismo turca ha arrestato due giornalisti britannici di VICE News, Jake Hanrahan e Philip Pendlebury, e il loro interprete Mohammed Rasool: sono stati accusati di coinvolgimento in attività terroristiche e favoreggiamento dello Stato Islamico.

L’arresto è avvenuto nel sud-est della Turchia mentre i tre giornalisti effettuavano, senza autorizzazione, alcune riprese durante una serie di scontri tra l’esercito turco e i separatisti curdi. Tuttavia, mentre Jake e Philip sono stati rilasciati dopo circa un mese dall’arresto e fatti rientrare nel Regno Unito, il loro collega Rasool è ancora in carcere.

Rasool è un giornalista di 24 anni che ha già lavorato come reporter per diverse agenzie e testate internazionali, tra cui soprattutto Al Jazeera. Le accuse che gli sono state rivolte sono ovviamente prive di fondamento e senza un minimo rigore di logica. Molti gruppi per i diritti umani, infatti, si sono espressi contro la sua reclusione, tra cui Commitee to Protect Journalists e Amnesty International.

Il collega Jake Hanrahan, in suo articolo su Vice scritto dopo la scarcerazione, racconta alcuni momenti trascorsi con Rasool nella cella:
“«Sai cosa mi manca di più?» mi ha detto Rasool mentre stava sdraiato su un materasso nell’angolo della cella. «Il mio account Pinterest». Phil e io ci siamo messi a ridere. Eravamo lì, con accuse false sulle spalle, sdraiati su un materasso rancido in una prigione ad alta sicurezza della Turchia, e l’unica cosa a cui riusciva a pensare Rasool era il suo account Pinterest (social network per immagini e video, ndr)”. E poi: “Dopo quattro giorni di isolamento in una cella all’interno di un commissariato di polizia, siamo stati trasferiti in una prigione ad alta sicurezza ad Adana, a cinque ore di macchina. All’improvviso, la porta della nostra cella si è aperta. Due guardie hanno indicato Phil e me e hanno detto qualcosa in turco. «Cosa dicono?» ho chiesto a Rasool. Rasool è rimasto in silenzio e ha abbassato la testa. «Voi due siete liberi», ha detto poco dopo […] Sia io che Phil siamo stati rilasciati, ma non Rasool. Il mio cuore si è fermato. Non era giusto. […] Ho abbracciato Rasool e gli ho promesso che avremmo fatto il possibile per il suo rilascio. Phil ha fatto lo stesso. «Tiratemi fuori di qui ragazzi», ha detto Rasool mentre ci portavano via.”

Da quando Recep Tayyip Erdoğan riveste il ruolo di Presidente della Repubblica Turca, la libertà dei media è diminuita drasticamente in Turchia.

Un recentissimo rapporto dell’Unione Europa accusa il governo di Erdoğan di “significativa apostasia”, ossia ripudio, della libertà di espressione. Nel rapporto si legge: “Le cause penali in corso nei confronti di giornalisti, scrittori o utenti dei social media, l’intimidazione di giornalisti e media, nonché le azioni delle autorità che limitano la libertà dei mezzi di comunicazione sono di notevole preoccupazione”.

Ciò a cui si è assistito nei mesi scorsi in Turchia in termini di libertà di stampa ed espressione è davvero grave e spaventoso. Riportiamo qualche caso particolare:
1. La censura della rivista settimanale Nokta e l’arresto del direttore per aver pubblicato come copertina un’immagine parodica di un Erdoğan sorridente intento a scattarsi un selfie con una bara in secondo piano, in riferimento alle esortazioni del presidente turco nei confronti delle famiglie dei soldati uccisi dai ribelli curdi ad essere felici, in quanto i loro cari sarebbero deceduti da martiri;
2. L’uccisione, da parte dell’ISIS, di due giornalisti facenti parte di un gruppo di attivisti che prende il nome di Raqqa Is Being Slaughtered Silently, il quale denuncia sui social le atrocità commesse dallo Stato Islamico, a testimonianza soprattutto della scarsa propensione delle autorità turche nel difendere e garantire i diritti dei giornalisti;
3. L’assalto della polizia in tenuta antisommossa ad alcune redazioni ed emittenti televisive (VIDEO), tra cui Koza İpek holding, legata ad oppositori politici del governo turco. Alcune televisioni hanno continuato a trasmettere, nonostante l’ordine contrario della polizia, che ha evacuato le redazioni e arrestato i giornalisti.
4. L’arresto di un giovane diciassettenne per aver insultato Erdoğan in un post su Facebook.

Ciò nonostante, più di 50 importanti editori dei media internazionali – tra cui gli italiani Mario Calabresi ed Ezio Mauro, rispettivamente direttori de La Stampa e La Repubblica – hanno scritto una lettera aperta ad Erdoğan in cui hanno espresso le loro forti preoccupazioni per le condizioni di degrado in cui versa la Turchia circa la libertà di stampa. Nella lettera viene esplicitamente chiesto al presidente turco di “garantire che i giornalisti, a prescindere se siano cittadini turchi o membri della stampa internazionale, siano protetti e venga permesso loro di svolgere il proprio lavoro senza ostacoli”. Inoltre, si legge: “La Turchia è uno Stato che fa parte della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e del Patto internazionale sui diritti civili e politici. La Costituzione turca del 1982 rende i diritti contenuti in questi strumenti internazionali a disposizione dei suoi cittadini in patria. Tutte le istituzioni statali turche hanno, quindi, l’obbligo di rispettare e ad adottare misure volte ad assicurare il diritto alla libertà di espressione” – e per finire – “I media sono stati riconosciuti da tempo nel diritto internazionale come aventi un ruolo essenziale da svolgere da cane da guardia […] La invitiamo a promuovere una cultura in cui la libertà di stampa sia pienamente rispettata”.

E in cui Rasool e tutti coloro i quali hanno dovuto fermarsi di fronte alla dittatura censuriale di Erdoğan possano tornare a parlare, ad informare, a vivere. In libertà!

Andrea Palumbo

 

 

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