Non è un paese per giornalisti: la geografia dell’insicurezza per i reporter del terzo millennio

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Giornalisti uccisi nel 2015
Giornalisti uccisi nel 2015

La categoria dei giornalisti è da sempre una delle più a rischio, poiché dove ci sono verità scomode, indagini scottanti e, più in generale, dove c’è un segreto che non si vuol far sapere, c’è un professionista dell’informazione che deve scontrarsi con un nemico a volte invisibile, ma deciso e implacabile, che non si fa alcuno scrupolo a eliminare fisicamente quello che viene percepito come il principale ostacolo al mantenimento dello status quo.

Non devono sorprendere, pertanto, i dati che emergono dall’indagine di fine anno di Reporter senza frontiere, una ong che si pone a difesa della libertà di stampa, secondo cui sono 110 i giornalisti uccisi nel 2015, 49 a causa del loro lavoro e 18 sopresi dai loro assassini proprio nel momento in cui stavano lavorando. Per i restanti 43, non è stato possibile stabilire se la loro uccisione sia dipesa, o meno, dal loro lavoro.

giornalisti-uccisiIl dato è senza dubbio inquietante, ma a risaltare non è solo il numero di professionisti che hanno perso la vita per motivi riconducibili alla propria occupazione, quanto il fatto che due terzi di loro non si trovavano in zone di guerra al momento del loro assassinio, il che significa che ormai chi svolge questa professione ad alto livello non può mai dirsi completamente al sicuro.

Certo il 2015 è stato un anno molto particolare, abbiamo tutti ancora negli occhi la strage alla sede della rivista francese Charlie Hebdo, in occasione della quale furono uccise 12 persone, fra cui 8 giornalisti. Ma è un fatto che del totale complessivo di coloro che hanno perso la vita 11 si trovavano in Iraq e 10 in Siria, come noto zone di conflitto.

I paesi più a rischio, oltre quelli sopracitati, sono il Sud Sudan, il Messico e il Bangladesh, mentre una sola delle vittime proviene da un’azione dell’Isis, e precisamente Kenji Goto, il giornalista giapponese ucciso dai terroristi lo scorso gennaio.

Ma lo studio di Reporter senza frontiere è solo una parte di un’analisi più ampia, che deve tenere conto sia dei giornalisti incarcerati per le loro opinioni – solo in Cina se ne contano 23 – sia di quelli fatti oggetto di intimidazioni. Tanti, troppi, anche dalle nostre parti, per un totale di ben 521 giornalisti, di cui 4 minacciati di morte e costretti a vivere sotto scorta.

Per completare il quadro, tornando alla situazione globale, non si può non citare il rapporto sulla libertà di espressione e lo sviluppo dei mezzi d’informazione nel mondo, effettuato dall’Unesco, nell’ambito di uno studio denominato Special digital focus 2015, dove si legge che dal 2006 ad oggi oltre 700 giornalisti sono stati uccisi a causa del loro lavoro. Tali crimini hanno trovato un colpevole in poco più del 6 per cento dei casi.

L’analisi si conclude osservando che attualmente i posti più pericolosi per esercitare la professione di giornalista sono il Medio Oriente, Siria in testa, seguiti a ruota dai Caraibi e l’America Latina, Messico e Brasile su tutti.

L’ultimo giornalista siriano che ha perso la vita – in Turchia – è stato Naji Jerf, che aveva denunciato le ripetute violazione dei diritti umani da parte del regime di Bashar al Assad. In Europa la situazione è relativamente più tranquilla, ma ben lontana dagli standard che ci si aspetterebbe da una società che si autoproclama civile.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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