Lakers: presente complicato, futuro…anche

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El Segundo, Contea di Los Angeles. Non propriamente uno dei posti più brutti del mondo. El Segundo è anche il nome della terza fermata della Metro Green Line, a pochi passi da cui è situato il Toyota Sports Center, il campo d’allenamento, tra gli altri, dei Los Angeles Lakers. Ecco, da queste parti il clima non è che sia dei migliori, non in questi anni. I risultati non sono affatto soddisfacenti: nelle ultime tre stagioni i playoff sono stati centrati una sola volta (4-0 beccato dagli Spurs al primo turno) e adesso ultimo posto nella conference d’appartenenza. Beh, che problema c’è, in fondo è il sistema NBA che prevede questo: si costruisce una squadra competitiva e poi bisogna buttare giù tutto e tirar su nuovamente le fondamenta. Niente di drammatico. E, invece, no. Perché se ti chiami Los Angeles Lakers il problema esiste, eccome.

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Lakers 2012-13, da sinistra verso destra: Steve Nash, Metta World Peace, Kobe Bryant, Dwight Howard e Pau Gasol                                                                                                              [google.com]

LAST (MISSED) CHANCE – Dopo le sconfitte dure da digerire ai playoff contro Dallas nel 2011 (0-4) e Oklahoma City (1-4) nel 2012, l’addio di Phil Jackson (2011) e la trade che ha coinvolto Lamar Odom, i Lakers sanno che devono sbrigarsi a comporre una squadra da titolo, perché l’orologio biologico di Bryant corre e i tempi stringono. Così, nell’estate del 2012 piazzano due colpi: Dwight Howard e Steve Nash. Sulla carta, quello in foto è uno dei quintetti più forti che siano stati mai costruiti. Sulla carta, appunto. In realtà, non sarà mai così. Vari problemi all’interno dello spogliatoio logorano i rapporti tra i vari giocatori e, ovviamente, la squadra ne risente. Coach Brown viene esonerato dopo le prime 5 partite e un record di 1-4. In panchina si siede così una vecchia conoscenza del basket italiano, Mike D’Antoni, che insieme a Nash a Phoenix aveva dato vita ad una delle squadre esteticamente più belle di sempre. Le cose, però, non cambiano. E precipitano quando, ormai a ridosso dei playoff, il 10 aprile 2013 durante la gara contro Golden State, Kobe forzando una penetrazione si frattura il tallone d’Achille: è l’inizio della discesa. I Lakers arriveranno ai playoff come settima testa di serie, ma verranno eliminati da San Antonio, rimediando anche il più grande scarto di sempre in casa (31 punti). Quella stessa estate, nonostante i dirigenti abbiano provato più volte a convincerlo, Howard decide di uscire dal contratto e firmare con Houston. L’anno dopo saluta anche Gasol. Nash farà lo stesso qualche mese dopo, a causa dei tanti infortuni.

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DEAR BASKETBALL – Che potesse essere l’ultima stagione di Kobe lo si era intuito. Nessuno, però, avrebbe mai potuto intuire che lui avrebbe lasciato cadere la – metaforica – bomba con una lettera a The Player’s Tribune. Una lettera meravigliosa – che non vi posteremo perché sicuramente la conoscerete già – in cui Bryant smette i panni del Black Mamba e diventa semplicemente Kobe: un ragazzino qualunque che è riuscito a realizzare il proprio sogno. Da quel 30 novembre in poi, tutto è passato in secondo piano, risultati dei Lakers anche. «Questa stagione è dedicata solo all’addio di Kobe» ha dichiarato il general manager Mitch Kupchak. L’incredibile affetto che gli amanti del basket stanno dimostrando per Kobe è sorprendente per certi versi, conoscendo anche il personaggio e il suo being a villain: la sua città, Philadelphia, che spesso e volentieri lo ha fischiato, gli ha riservato un omaggio straordinario; a Charlotte, Michael Jordan (presidente degli Hornets) attraverso un video ha fatto i complimenti a Kobe per ciò che ha rappresentato; addirittura a Boston, dove lui è conosciuto come The Celtics Killer, ha ricevuto una standing ovation. Ed è giusto così, perché chi ama il basket non può non rispettare Kobe Bryant.
La scelta della dirigenza di ruotare attorno all’addio di Bryant tutta la propria stagione è stata oggetto di numerose critiche, ma è chiaro che sia anche una mossa mediatica per cercare di spostare l’attenzione di  tutti sul Mamba e non sui tanti problemi che attanagliano la squadra. Ed è altrettanto normale che, in un momento del genere, il bersaglio principale delle critiche in questi casi sia l’head coach, Byron Scott, a cui viene rimproverato soprattutto la mancanza di un sistema offensivo e difensivo che vede i Lakers in campo in maniera non proprio chiarissima, a voler essere buoni. Noi, però, restiamo dell’idea che un allenatore che deve lavorare con una squadra visibilmente perdente non possa essere giudicato, quindi rimandiamo il nostro parere alla prossima stagione.

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D’Angelo Russell (19) seconda scelta al draft 2015                                                               [google.com]

IL DOMANI – Bisogna tornare indietro con la Delorean al 1996 per trovare una situazione comparabile a quella che la famiglia Buss sta affrontando oggi. Erano altri tempi, ma, soprattutto, era un’altra NBA. Oggi una franchigia che deve ripartire da zero, anche se si chiama Los Angeles Lakers, è difficile che riesca a firmare uno Shaquille O’Neil in free-agency, perché si può essere una superstar e puntare al titolo anche in un mercato piccolo come Cleveland o Oklahoma City. E allora? Domanda da un milione di dollari. Per tornare competitivi bisogna creare dei presupposti tali che spingano i giocatori che spostano gli equilibri ad interessarsi nuovamente ai Lakers. Per farlo, serve innanzitutto ripartire da un buon nucleo di giovani, e D’Angelo Russell, Julius Randle e Jordan Clarkson, ammesso che rifirmi, possono esserlo. E poi, non dimentichiamoci che la pessima stagione che in questo momento vuol dire ultimo posto nella Western Conference (9-31), può significare una alta probabilità di avere una delle primissime chiamate al prossimo draft. Ovviamente, come andrà non possiamo prevederlo, però, ai tifosi dei Lakers possiamo dire che prima o poi la squadra per cui tengono tornerà, e questo non perché abbiamo qualche aggancio ai piani alti ma semplicemente perché il sistema NBA è strutturato così. E poi, chissà, vent’anni fa  un ragazzino di 17 anni nato a Philadelphia e cresciuto a Reggio Emilia, appena scelto al draft dagli Charlotte Hornets, arrivò a Los Angeles dopo una trade che coinvolse Vlade Divac. Figlio di un ex giocatore dei Los Angeles Clippers, “il ragazzino” aveva scelto di indossare la maglia numero 8. Il resto, come si dice in questi casi, è storia.

Michele Di Mauro

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