Perché i Sunniti odiano gli Sciiti

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L’intensificarsi della tensione tra l’Iran e il regno dei Saud ha fatto riemergere prepotentemente, di fronte all’opinione pubblica mondiale, la storica spaccatura tra musulmani sunniti e musulmani sciiti, che ha origini antiche ma sopratutto ripercussioni molto attuali e concrete nella geopolitica mediorientale.
Nel descrivere la barbara decapitazione dell’imam sciita Nimr-Al Nimr compiuta in Arabia Saudita nei primi giorni dell’anno, il governo Iraniano ha usato il paragone con le esecuzioni attuate dai tagliagole dell’ISIS. Non a caso, sulla testa dei sauditi e dei loro “vassalli” penderebbe l’accusa di essere i finanziatori dello Stato Islamico e di essere dunque colpevoli indiretti degli innumerevoli massacri compiuti in Siria e in Iraq, proprio ai danni degli stessi Sciiti.
La spaccatura religiosa risale al 632 dC, l’anno della morte di Maometto e attiene alla diatriba sorta per la successione alla guida dell’Islam.

Per i Sunniti il successore del Profeta sarebbe stato Abu Bakr, suo amico e seguace. Gli Sciiti invece ricercarono in Ali, il cugino di Maometto, la loro guida non solo politica ma anche religiosa considerandolo l’unico successore legittimo in quanto consanguineo.

Secondo l’interpretazione di questa corrente dell’Islam, gli Imam sono un riflesso di Allah in terra e costituiscono un vero e proprio clero. Gli Sciiti sono considerati eretici dai Sunniti, che invece basano la loro pratica religiosa direttamente sul Corano e sulla Sunna, ovvero l’insieme degli atti e degli insegnamenti del Profeta.

Sul piano numerico, i Sunniti corrispondono ad oltre l’80% della popolazione musulmana mondiale mentre gli Sciiti, al loro interno frammentati in varie sette, sono la minoranza in gran parte dei paesi islamici, ad eccezione dell’Iran, dove sono la grandissima maggioranza e governano il paese tramite una teocrazia fondata sulla legge coranica e instaurata attraverso la rivoluzione islamica del ’78-’79 dall’Ayatollah Khomeyni. Questa rivoluzione rappresentò la rivalsa, per una comunità religiosa che nei secoli ha conosciuto solo la marginalizzazione e la persecuzione all’interno di un mondo islamico dominato dai Sunniti.
Ma se è vero che nel mondo Islamico non si è mai avuta nessuna “guerra dei trent’anni”, anche grazie al profilo basso tenuto dagli stessi sciiti per poter sopravvivere, oggi alcune frange estreme dell’Islam Sunnita hanno assunto posizioni marcatamente persecutorie nei confronti della minoranza sciita.

L’Arabia Saudita, nella quale detiene il potere la frangia più estremista dell’Islam Sunnita – il wahabismo – considera gli Sciiti alla stregua di miscredenti e politeisti, odiati e avversati per la loro forma di culto che comprende la venerazione degli imam, proprio come Al Nimr.
Gli Sciiti in Arabia Saudita mostrano sempre più insofferenza verso le forme di forte discriminazione al quale sono soggetti, quali i limiti di accesso all’educazione e all’impiego pubblico, i minori diritti in ambito processuale e le difficoltà concrete nel professare il proprio culto. Dell’insofferenza di questa minoranza religiosa si sono fatti paladini personaggi come Al Nimr, venerati come leader religiosi ma celebrati anche come leader politici.
L’esecuzione dello sceicco è dunque la risposta dura e negativa del governo Saudita alle richieste di una minoranza oppressa, plastica rappresentazione di una spaccatura che vede Sauditi e ISIS dalla stessa parte.

Roberto Davide Saba

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