Gambia: come si crea dal nulla una Repubblica Islamica

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Per chi non lo sapesse, il Gambia è il più piccolo Stato africano, ex colonia britannica, che affaccia per pochi chilometri sull’Oceano Atlantico ed è completamente circondato dal Senegal.

Di tanto in tanto, questo Paese, poverissimo e perlopiù ignorato dal resto del mondo, si ritrova sulla ribalta internazionale. Merito di Yahya Jammeh, uno dei tanti Presidenti – padroni dell’Africa dimenticati (tollerati?) dall’Occidente: dal 1994, anno in cui prese il potere con un golpe militare, Jammeh governa il Paese, vincendo costantemente elezioni che la comunità internazionale cerca ogni volta di mettersi d’accordo se considerare libere o meno. Questo personaggio, che si è costruito la fama di vivace quanto fantasioso oratore (in passato ha annunciato di aver trovato una cura alle erbe per l’AIDS), nello scorso dicembre, in occasione di un evento politico, ha scioccato un Paese intero dichiarando di rifondare il Gambia come Repubblica Islamica (come l’Iran, per intendersi). A suo dire, la decisione sarebbe stata presa per affrancare definitivamente il Paese dal passato coloniale, dando finalmente il giusto riconoscimento alle radici culturali dei gambiani, che sono in tutto 1,8 milioni, di cui il 95% musulmani.

Quello dell’anticolonialismo è sempre stato il cavallo di battaglia di Jammeh: nel 2013 tirò il Gambia fuori dal Commonwealth, bollato come organizzazione “neocoloniale”, mentre lo scorso anno espulse il rappresentante dell’UE, in risposta alla sospensione degli aiuti umanitari al suo Paese da parte di Bruxelles, che denunciava le violazioni dei diritti umani nel piccolo Stato. Più volte infatti il Presidente è finito sotto il tiro degli osservatori internazionali, a causa delle campagne per la repressione dell’omosessualità e la marginalizzazione delle opposizioni politiche; tutto questo mentre intanto il Gambia affondava al 165° posto (su 187) della classifica di sviluppo dell’ONU e paradossalmente aumentava la sua dipendenza dagli aiuti europei e britannici in particolare, cioè dai “colonizzatori”.

Proprio le recenti tensioni con la comunità internazionale avrebbero consigliato a Jammeh di trovare altri alleati per tenere in piedi il suo sistema di potere, cercandoli in quel mondo musulmano che, oggi più che mai, vive esasperatamente il suo conflitto ideologico con l’Occidente, le potenze e le organizzazioni che più lo rappresentano: ecco dunque da dove trarrebbe origine la svolta islamista.

L’annuncio della conversione di Stato è stato seguito da rassicurazioni sul mantenimento della libertà dei costumi e di stile di vita in Gambia: nessuna limitazione alla libertà di confessione sarebbe stata prevista, né adottate restrizioni alla libertà di vestire, soprattutto per le donne; nessuna polizia islamica sarebbe stata istituita. La mancanza di concreti progetti normativi per dar seguito alle dichiarazioni presidenziali, però, sulle prime aveva creato incertezza nel Paese. Anche i leader islamici gambiani in alcuni comunicati ufficiali si erano riservati di esprimere solo in futuro un giudizio sull’iniziativa, di cui si erano dichiarati fino ad allora all’oscuro. L’opposizione aveva invece scelto di denunciare subito l’incostituzionalità dell’eventuale riforma, che avrebbe violato la laicità del Gambia, stabilita dalla Carta fondamentale.

Mancavano finora, insomma, gli aspetti operativi della “conversione”. Dal 31 dicembre scorso, però, Jammeh si è messo a fare sul serio: con una direttiva, svelata in anteprima da un quotidiano dell’opposizione, ha stabilito che tutte le donne dipendenti dello Stato, comprese le ministre, coprano completamente i capelli durante l’orario di lavoro. La notizia ha indignato le associazioni per i diritti civili e l’opposizione stessa, che ha rinnovato le accuse di violazione della Costituzione. Negli stessi giorni, una delegazione del Supremo Consiglio Islamico del Gambia è stata ricevuta dal vicepresidente, nonché Ministro per le politiche femminili (una donna): i leader musulmani hanno benedetto la decisione del Presidente di istituire la Repubblica Islamica, salutata come un “ulteriore segno della benevolenza di Allah verso il Paese. L’endorsement religioso nei confronti del Presidente è così completo. Infine, per placare le proteste contro il decreto sull’abbigliamento femminile, è stata emanata una nota che ribadisce la limitazione dell’imposizione alle sole dipendenti di Stato, senza comunque ulteriore obbligo di niqab o altro velo integrale.

Finora, dunque, le dichiarazioni di Jammeh non sono state ancora tradotte in nuove norme costituzionali. Non sembra che questo possa però costituire una giustificazione per la comunità internazionale affinché, in un momento come l’attuale, non si monitori la delicata situazione di uno dei tanti Paesi d’Africa in cui è spesso la semplice parola di un Presidente a dettare legge.

Ludovico Maremonti

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