“Assenti per sempre” di Umberto Terruso

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Terruso - Assenti per sempre
Terruso - Assenti per sempre

“Nel 2008-09 lessi un libro, ‘Le Regolari’ di Carlotto. Da quel momento cambiò tutto, accadde qualcosa, sentivo di avere un certo dovere, un compito. Ho iniziato a studiare e ad approfondire l’argomento. Sono dovuto arrivare a Buenos Aires per trovare davvero qualcosa. Anni di storia infangati così.. “

Questa è l’esperienza diretta dell’attore teatrale Umberto Terruso, produttore e protagonista dello spettacolo “Assenti per sempre” che ha emozionato tutti gli spettatori del Nostos di Aversa nelle serate del 9 e 10 gennaio.

Tema della rappresentazione è l’atroce piaga che ha colpito dritta al petto l’Argentina durante quella dittatura che ha divorato con sè 30 000 spagnoli tra studenti, insegnanti, banchieri, artisti, musicisti, amici, fratelli, conoscenti, nipoti. Sono oggi ricordati come i desaparecitos, ma etichettati come un pericolo, come sovversori, traditori, ribelli da quel governo che li ha isolati, torturati, derisi e poi lasciati morire.

“Non se ne parla mai” continua nell’intervita Terruso. “Il problema è che si tratta di un argomento scomodo. Anche l’Italia era coinvolta, con lei la Chiesa di Roma che appoggiava la dittatura.”

Lo spettacolo ha in Terruso il suo unico attore e si snoda in due voci, due punti divista completamenti opposti: quello dell’oppresso e dell’oppressore.

Si parla quindi delle gioie e della difficoltà di una gioventù, dell’amore per la vita, per il tango, per un padre inconsapevole e troppo ingenuo, per le donne. Per Viky che era così bella, forse un po’ cinica, ma decisa, forte. Nel ’76 ha ricevuto il suo ultimo bacio. Poi qualcuno ha deciso che il suo non era un nome giusto, che le sue idee erano troppe. Viky è stata catturata e da allora è scomparsa.

Lucia invece aveva i capelli lunghi e neri. Era bella Lucia, ed era spaventata perchè quello era il suo primo parto: stava per partorire su un lettino di ferro, aiutata da militari che avrebbero dovuto riportare l’ordine, ma che stavano per strapparle via il bambino.

“Nel mio viaggio a Buenos Aires” ci riferisce l’attore, “ho intervistato tante persone e raccolto tante storie. Quelle a cui dò voce sono quindi tutte vere. Il figlio di Lucia oggi ha 36 anni e solo qualche mese fa ha scoperto di non essere figlio dei suoi genitori adottivi. Sono storie forti, guidate da persone folli che cercavano ogni diversivo per essere temuti, dovevano far capire ai detenuti che avevano un potere decisionale sulla loro vita o sulla loro morte. Esisteva una via chiamata ‘Della Felicità’ e lì beffavano i prigionieri, torturandoli fino a fargli desiderare di morire. Tutto questo è terribile.. io non so perchè ancora oggi non si parli dei desaperacidos come dell’Olocausto.”

Il padre del protagonista è il frutto di una cattiva propaganda, di una forte ingenuità, di un briciolo di inettitudine e di fin troppa fiducia nelle autorità. Ma sono proprio quei militari che dovrebbero riportare l’ordine a catturare e imprigionare il figlio, un mercoledì di marzo, in un giorno che sembrava di festa tra un pranzo succulento e la famiglia riunita. Da essere umano il ragazzo si è trasformato in un vetro trasparente, un pezzo di carne, un giocattolo nelle mani del potere. Non ha più un nome nè un cognome. Si chiama M-33, ora. Iniziano le torture, l’inferno che peggiora di gorno in giorno per il lavoro di persone come il tenente Puma, il secondo personaggio recitato da Terruso. Si tratta di un uomo instabile, insicuro, balbetta ed è ossessionato dalla figura paterna e del suo superiore. Sono troppo grandi, troppo autoritari, con le loro parole gli hanno riempito tutta la testa e lui non riesce a pensare ad altro, ad evitare di eseguire i loro ordini. “Il comandante dice che potrebbero essere sovversivi, che forse hanno piazzato bombe in giro, che erano in liste di chissà quale ribelle… se lo dice lui allora meritano di essere trattati così. Se qualcuno muore è un normale errore nel lavoro.. può succedere a chiunque.[..] Facciamo la guerra per ottenere la pace. La nostra è una riorganizzazione nazionale. L’hanno chiamata così. Noi facciamo pulizia.”

Continuano ininterrotti i monologhi del tenente, visibilmente inconsciente delle sue azioni. Sogna tutte le notti di salvare tutti quei prigionieri che si suicidano, stanchi di quella non-vita o di evitare le loro morti quando, dagli Scaivan, i loro corpi squartati sono gettati nelle acque del Rio de Plata. Senza una buona dose d’alcool non riesce più a chiudere occhio. Distrutto, piange a singhiozzi, senza occhiali (il suo tratto distintivo) finalmente umano, finalmente vicino al suo alter ego.

“Per cercare di capire una tale psicologia ho fatto varie ricerche con i ragazzi. Abbiamo da qui stabilito che nessun uomo nasce cattivo.
Cattivi ci si diventa per colpa delle pressioni esterne, delle passioni sbagliate, del continuo lavaggio del cervello che ti rende malleabile. Se ti ripetono fino allo sfinimento che essere diversi è una dura colpa, va a finire che ci credi davvero.”

Ci ha così risposto infine Umberto Terruso, soddisfatto di aver divulgato tale particolare parentesi storica, da troppi trascurata e messa da parte, come se quei migliaia di morti non fossero mai esistiti, come se a regnare, ovunque, ci sia solo una tremenda ed assordante omertà.

Alessia Sicuro

 

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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