Schengen a pezzi: ora sono in 6 a controllare le frontiere

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schengen a pezzi

In principio fu il muro, poi la frontiera, poi la libera circolazione, poi ancora la frontiera e qualche muro che sta già tornando: la gestione dei confini imperiali/reali/nazionali è sempre stata per l’uomo motivo di riflessione e materia delicata. C’è chi considera una regressione l’ultimissima tendenza europea a ristabilire maggiori controlli di frontiera, e chi la comprende in nome della sicurezza. Per il momento, l’unica cosa certa è che qualora tale tendenza dovesse concretizzarsi l’Europa non sarebbe più la stessa.

Il diritto a circolare liberamente negli stati aderenti al trattato di Schengen è stato sancito appunto da quest’ultimo nel 1985, ed è divenuto realtà solo a partire dal 1996. L’area era stata ritenuta necessaria per un’incremento degli scambi sia commerciali che culturali tra i paesi aderenti, e i controlli più massicci erano stati spostati alle frontiere delimitanti la regione.
Dei 26 paesi, europei e non, firmatari del trattato, 6 stanno rivedendo in quest’ultimo periodo le loro politiche di ordine pubblico, incrementando i controlli di frontiera e di fatto derogando alle prescrizioni di Schengen in maniera più o meno esplicita.
Se le restrizioni adottate da Austria, Germania, Norvegia e Francia erano già note da tempo, quelle decise da Svezia e Danimarca sono ben più recenti e sorprendenti. La motivazione della deroga è la stessa per quasi tutti gli stati considerati: la necessità di arginare un flusso migratorio imprevedibile e di portata straordinaria. Unica eccezione la Francia, che ha cominciato a praticare rigidissimi controlli a partire dai drammatici fatti di parigi e il conseguente stato d’emergenza.

I casi di Svezia e Danimarca, oltre ad essere i più recenti, aiutano anche a comprendere il tipo di domino che sta minacciando la persistenza dell’accordo e la rapidità con il quale questo processo sta inesorabilmente sviluppandosi: la Svezia sceglie a inizio gennaio di ristabilire in deroga a Schengen dei controlli massicci al confine con la Danimarca (ricordiamo che la deroga temporanea è permessa dallo stesso trattato per motivi eccezionali), la pronta risposta dei danesi arriva poche ore dopo con la decisione di operare maggiori controlli al suo confine con la Germania. Poche ore dopo, non giorni.

Il parlamento svedese aveva approvato la nuova misura restrittiva il 18 dicembre, che è stata messa in atto dal 5 gennaio. La Danimarca, dal canto suo, aveva già informato Bruxelles che in caso di attuazione della suddetta legge svedese avrebbe agito di conseguenza, ed ecco che due paesi dell’area Schengen hanno derogato al trattato praticamente in contemporanea.

La pericolosa velocità dell’accaduto ha allarmato i vertici Ue, che hanno indetto una riunione già il 6 gennaio per fare chiarezza sull’accaduto, invitandovi il ministro svedese all’Immigrazione e alla Giustizia Morgan Johansson, la danese all’immigrazione e integrazione Inger Stojberg e Ole Schröder, segretario di Stato agli Affari interni del governo tedesco.
A cosa si è pervenuti? Il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos ha garantito che tutti e tre gli stati coinvolti considerano ancora positiva l’adesione al trattato, e che bisogna impegnarsi a ridurre al minimo possibile il periodo di queste deroghe tempoanee, ma Schröder ha anche affermato che finché non verrà presa una decisione europea collettiva sul tema immigrazione i controlli locali saranno necessari.

Il programma di divisione delle quote immigrati tra i vari stati dell’Unione non sta decollando, e il numero irrisorio di redistribuzioni finora concordate a fronte di una necessità ben più cospicua ne è la prova. Un deciso intervento europeo potrebbe quindi ancora salvare la situazione, se non altro per salvaguardare almeno in questo periodo di minacce terroristiche quella che fu un’altra importante conquista di Schengen: la condivisione di dati fra le polizie nazionali, tramite ad esempio il Sis, Sistema d’informazione condiviso Schengen.
Forse è vero che «L’europa è a pezzi», come ha scritto qualche giorno fa Eugenio Scalfari nel suo editoriale su Repubblica, a pezzi come un bicchiere di vetro scivolato di mano. Ma, nonostante le crepe si siano da tempo ormai distinte, la caduta sembra ancora evitabile.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

(Nell’immagine il nostro rifacimento del famoso film “Harry a pezzi”, scritto, diretto e interpretato da Woody Allen)

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