Fayadh non deve morire

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Fayadh

Fayadh non deve morire. Poeta palestinese da due anni in carcere in Abha, Arabia Saudita, condannato a morte per “apostasia”, offesa alla morale saudita, e per diffusione dell’ateismo. La raccolta di poesia sotto accusa è quella intitolata “Le istruzioni sono all’interno“. Citiamo un brevissimo verso di una nota poesia: “Al mondo provochi indigestione/ (…) l’asilo: stai in piedi in fondo alla fila/ per avere un tozzo di patria.

Fayadh non ha avuto diritto ad avere un legale, e pertanto ci è oscuro in termini tecnici cosa esattamente è blasfemo e condannabile nelle sue poesie. Il poeta più volte ha confermato di credere nell’Islam e di essere dunque fedele ai suoi fondamenti. In effetti nelle sue poesie nulla ci appare blasfemo. Secondo l’organizzazione Pen international (che difende i diritti degli scrittori e intellettuali) Fayadh sarebbe stato denunciato da un uomo con cui nel 2013 aveva avuto una discussione in un caffè di Abha per questioni artistiche. Sempre secondo Pen, i sostenitori di Fayadh ritengono che il poeta sia stato punito per aver postato su YouTube un video in cui era ripreso un esponente della polizia religiosa saudita che frustava un uomo in pubblico.

La libertà di espressione è sempre meno libera di esistere. In Italia a fenomeni del genere non siamo estranei. Infatti abbiamo visto recentemente il caso su Erri De Luca, processato, e poi assolto, per aver espresso il suo parere sulla TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità che stanno costruendo in Val di Susa. «La Tav va sabotata», disse in un’intervista. Non fu condannato a morte, ma vivere senza la possibilità di esprimersi è come essere morti.

Il 14 Gennaio in tutto il mondo sono state lette poesie di Fayadh, “una poesia per Fayadh”, a sostegno del poeta. È impossibile non accennare al fatto che l’Arabia Saudita è il paese che più ricorre alla pena capitale; soltanto nel 2015 sono state condannate a morte 151 persone. Le autorità non rispettano gli standard internazionali che garantiscono un “processo equo” e le salvaguardie ONU che garantiscono la tutela dei diritti dei condannati a morte. Senza contare che l’ambasciatore dell’Arabia Saudita nelle Nazioni Unite  è stato eletto a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani che ha il compito di indicare gli esperti sui diritti umani. images

Fayadh nelle sue poesie esprime tutto il malessere epocale di una civiltà costretta a raschiare i margini del corridoio del progresso. Costretti a fuggire via dalle proprie case, esiliati. Pochi sono gli occidentali che conoscono tale sentimento. Nella lingua araba esistono due termini particolari per definire l’esilio. “Manfa” che significa, appunto, fuggire dalla propria patria; e “Urba” che significa esiliato in patria: ovvero restare in patria ma sentirsi esiliati dentro. Questo concetto se ampliato ad una visione macroscopica ci porta ad un interessante analisi. Infatti la civiltà araba fa parte del nostro pianeta, e  a ragione essa si sente esiliata sulla terra; un Urba esteso al mondo. Siamo cittadini del mondo, e quando si è esiliati nel vivere stesso non esiste “manfa” (esilio) che tenga. Non si può fuggire dalla vita.

In conclusione, è ovvio che la vera colpa di Fayadh è quella di essere un poeta. E il poeta è alla continua ricerca della verità. E, per i “re con i troni a misura di sedere“, chi ricerca la verità è sempre troppo scomodo. Fayadh non deve morire.

Antonio Setola

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